
“Ti è chiaro che questo tipo di impiego non contempla in alcun modo la possibilità di fare smart working”?
Sapendo come la penso sullo Smart Working, e sul lavoro da remoto, mi hanno segnalato un’offerta di lavoro su LinkedIn, dicendomi che conteneva la specifica sopra.
Quasi incredula, ho pensato di verificarne la veridicità. Non l’avessi mai fatto.
Negli annunci ora si specifica se si richiede la presenza (in sede), se è un “full remote” o un “hybrid”. Questo annuncio rientrava nella prima casistica. So che spesso però la cosa diventa negoziabile, soprattutto dopo i primi tempi, magari dopo aver superato la prova o l’eventuale affiancamento. Eppure, a fianco della dicitura “in sede”, ho notato un asterisco. Ho seguito il rimando ed ho trovato questa frase: “Ti è chiaro che questo tipo di impiego non contempla in alcun modo la possibilità di fare smart working”?
Al di là del tono, che trovo piuttosto perentorio e arrogante, in parte pregiudiziale, quasi a voler dire: “so già che stai pensando di poter farti i comodi tuoi da casa, ma non hai proprio capito niente”, io mi chiedo: siamo nel 2024 (ormai 2025), ancora pensiamo che il lavoro da casa diminuisca la produzione, svilisca il prodotto, non garantisca il risultato?
Ancora vogliamo esercitare un tale controllo sui lavoratori? Siamo ancora così affezionati all’idea del cartellino da timbrare, alle pause scandite e al controllo maniacale?
Sono consapevole che ci siano mansioni per cui questo tipo di possibilità non può verificarsi, pensiamo ad esempio a chi produce, lavorando con macchinari. Certamente diventa difficile portarsi a casa il lavoro. Me ne dispiaccio e sono convinta che per questa tipologia di mansioni, andrebbero pensati altri benefit. Che peraltro non mi piace nemmeno chiamare “benefit”, mi suona meglio “welfare” o benessere se vogliamo rimanere nel contesto Italia.
Sono convinta che ci siano mansioni per le quali il lavoro da remoto non solo sia possibile, ma anche consigliabile. Ci sono figure per le quali il lavoro da remoto è auspicabile. E non sto parlando solo di “full remote”, ma anche di hybrid.
Ma da chi, quando e come è stato deciso che per essere produttivi sul lavoro bisogna sacrificarsi, vivere di incastri con l’orologio alla mano, essere stressati? Come mai è entrato a far parte del sentire comune che lavorare con piacere e gioiosamente, significhi in realtà far poco? Coloro che davvero producono sputano sangue, fanno straordinari, sono reperibili sempre e puntuali sul posto di lavoro, timbrano il loro cartellino diligentemente: ecco il ritratto del lavoratore modello per certe aziende. Poco importa se poi, tutta questa diligenza, costa il fegato e inficia la produttività. Se restituisce persone grigie, tristi, scontente e sempre nervose. Stati d’animo che poi si ripercuotono nella loro vita privata e che, nei peggiori dei casi, portano al “burn-out” di cui tanto si sente parlare.
Quello che fatico a comprendere si traduce in due semplici considerazioni:
- Se assumi persone con la clausola di poterle controllare, non le assumi pensando al loro potenziale ed alle loro capacità. Soprattutto hai una visione del lavoro fondata sul parametro quantitativo soltanto, e non qualitativo.
Siamo davvero sicuri che delle 8 ore trascorse seduti dietro alle scrivanie o a un banco di lavoro, il 100% delle stesse risulti produttivo? Stiamo parlando di uomini o di criceti? Siamo davvero sicuri che le persone siano massimamente produttive nella fascia oraria dalle 8 alle 18.30? E magari con una pausa pranzo variabile tra i 60 minuti e le due ore? Questo è ancora l’orario comune in Italia. Siamo sicuri che una persona renda il massimo coprendo la giornata stabilita dal datore e in sede? Siamo sicuri che la sua mente non si stia perdendo nel desiderio di una sana boccata d’aria, una nuotata in piscina, gli incastri per il figlio tra baby sitter, nonni e corse di qua e di là?
- Benefit: si sente sempre parlare di benefit per il lavoratore, e vengono citati quasi come fossero una cosa estorta, tranne in rarissimi casi. Nessuno si ferma a riflettere che quanto contribuisce al benessere del lavoratore, contribuisce in larga parte anche al benessere aziendale.
Un lavoratore sereno e appagato (attenzione, non mi riferisco alla retribuzione), sarà un lavoratore maggiormente produttivo, più propositivo, desideroso esso stesso di incrementare il benessere dell’azienda e dei suoi colleghi. Si sentirà parte di un organismo, non un semplice barcode da scansionare.
Lavorare da casa permette di gestire il proprio tempo più efficacemente. Permette un maggior equilibrio vita privata e lavorativa (il famoso work-life balance), e rende possibile il convogliare le proprie energie in modo più targetizzato ed efficace. Per chi ad esempio svolge lavori intellettuali o creativi, la tranquillità di casa può risultare in aumento della produttività ed in una maggior prolificità. Quando poi ci si ritrova con i colleghi, la condivisione risulta spontanea e molto più proficua. Molte persone inoltre risultano essere più prolifiche la mattina presto, non vedo perché dover aspettare di timbrare il cartellino alle 9:00 per poter mettere le proprie idee o le proprie soluzioni al servizio dell’azienda.
Posto che si garantisca la presenza alle riunioni (premesso che queste vegano fissate rispettando la dovuta netiquetta, ma qui entriamo in un capitolo da svilupparsi a parte), e che si garantisca il raggiungimento degli obiettivi o quantomeno che non cali il livello di produttività, non posso che vedere benefici nella possibilità di lavorare da casa. Per non parlare poi di uno sfruttamento degli spazi aziendali più efficiente e mirato.
Insomma, credo sia giunto il tempo anche per gli imprenditori italiani di pensare che non stanno assumendo bambini, ma professionisti. E se il personale assunto non si rivela essere professionale, non lo è a casa quanto in ufficio, per cui il problema non sta nel lavoro da remoto. Se le politiche del lavoro in Italia non si adeguano velocemente ai tempi, non vedo molte possibilità di crescita, nemmeno in ambito natalità.
Di Cinzia Costi

