“Perché non te ne vai? Perché non lo lasci?”

“Perché se io me ne vado, eviterò di subire tutta questa violenza, psicologica o fisica che sia. Ma lui avrà bisogno di qualcuno con cui sfogarsi, e lo farà su di te figlio mio. Perché se io me ne vado, non ci sarà nessuno a dirti ogni giorno che il suo non è l’unico modo possibile di trattare il prossimo. Esistono il rispetto, l’apertura al dialogo, la tolleranza, il perdono, l’ammirazione … Tante, tante altre cose belle e non violente. Non esiste solo la sopraffazione”

“Perché ti lasci trattare così, non hai un briciolo di dignità?”

“Ce l’ho una dignità figlio mio, ma non è questo il momento per tirarla fuori. Potrei rischiare di fomentare l’odio, che finirebbe per ripercuotersi su di te e su altri. Tanti fuori di qua vedono la mia dignità, chiedi a loro. Chiedi a loro se vuoi conferma delle capacità, del valore di tua madre. Non cercarla qui. La mia dignità è altrove”

“Perché sei arrivata solo ora a prendermi? Perché i miei amici fanno calcio e io no? Perché devi sempre lavorare?”

“Perché viviamo in un paese in cui uno stipendio solo non basta, a meno che non sia milionario. Perché vorrei offrirti una vita migliore della mia, vorrei risparmiare qualcosa perché in futuro tu possa vivere la tua vita da adulto in modo più tranquillo di quanto è stato per me. E perché è giusto che anche io possa esprimermi, possa contribuire e possa crescere. Sono arrivata tardi, perché lavoro. Anche se il lavoro che faccio non sempre mi piace, è duro e non sempre è facile avere a che fare con i colleghi, lo faccio per migliorarmi e per poi trovarne un altro che mi permetta di avere più tempo per te.”

“Perché non riesci a capirmi? Perché non vuoi che vada a ballare con le amiche? Perché tutti i miei amici hanno il telefonino e io no?”

“No, io ti capisco. Vedo molto bene che tutto questo ti sembra una grande ingiustizia, forse il più grande torto che tu abbia mai subito. So che ora mi vedi come l’orco cattivo, so che invidi le mamme alle tue amiche/ ai tuoi amici, so che vorresti svegliarti in un’altra famiglia. Ma ci sono cose che ancora non capisci. Tutto ciò che faccio, i divieti che ti impongo, sono volti ad un bene superiore. Al risparmiarti dolori maggiori, al tenerti al sicuro dai pericoli. Lo capirai, sarà tardi forse. Nel frattempo mi odierai come non mai. Ma sono tua madre e so che in fondo lo sai anche tu. Devi solo lasciare che svanisca la rabbia che ora ti impedisce di vedere”.

Una mamma non è più una persona a sé, una mamma non può decidere per lei soltanto. Nelle decisioni che una mamma deve prendere, prima vengono i figli, il loro benessere, il loro futuro. Anche quando il rischio è alto, anche quando le rinunce sono tante e anche quando la sua dignità passa in secondo piano. E raramente le mamme esplicitano le loro scelte ai figli. Quando lo fanno, spesso non vengono capite, almeno non nell’immediato. Vengono tacciate di debolezza, di cattiveria deliberata e immotivata. Le mamme sono spesso incomprese, su tutti i fronti.

Tutto questo, e molto altro, viene narrato molto bene nel film: “C’è ancora domani” di Paola Cortellesi. Sa toccare temi attuali e spinosi con un’alternanza tragicomica eccezionale. Mostra chiaramente cosa significhi essere una madre proiettata verso i figli, una madre che pensa al loro futuro facendo la sua parte per cambiare lo status quo. Andate a vederlo se non lo avete fatto. Non fatevelo raccontare. Godetevelo!

Potevo non scegliere questo brano a corredo di quanto sopra?

Luciano Pavarotti sings “Mamma” – YouTube

Di Cinzia Costi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *