
Il cervello animale, compreso quello umano, è predisposto a riconoscere i volti? Esiste una propensione biologica innata per questa capacità? Domande che alimentano da tempo la diatriba tra chi sostiene questa tesi e chi invece ritiene che sia una capacità che si apprende con l’esperienza e con l’esposizione alle facce. Nel dibattito interviene un recente studio condotto da un gruppo di ricerca del Centro interdipartimentale Mente e Cervello (Cimec) dell’Università di Trento.
Il team ha individuato, in pulcini di una settimana di vita che non sono mai stati esposti a volti, una popolazione di neuroni che rispondono a uno stimolo visivo simile a un viso, comprendente tre puntini che ricordano due occhi e un becco (o una bocca). Gli stessi animali non rispondono invece a tratti facciali isolati o a punti disposti in modo disordinato. I risultati suggeriscono che il riconoscimento dei volti è quindi innato. Il lavoro è stato pubblicato sulla rivista scientifica Pnas.
Numerosi studi comportamentali suggeriscono che la selettività ai volti potrebbe essere una caratteristica innata del cervello. Sia i neonati umani sia i pulcini appena usciti dall’uovo che non hanno mai visto dei volti prima di venire alla luce, mostrano attrazione spontanea verso stimoli simili a volti composti da tre tratti scuri che rappresentano occhi e una bocca (o un becco). Tuttavia, il meccanismo neurale di questa predisposizione innata era sconosciuto. Gli esperimenti condotti dal gruppo di ricerca UniTrento hanno dimostrato che i neonati pennuti messi di fronte a forme che assomigliano a delle facce schematizzate reagiscono con una sensitività specifica.
La risposta registrata è stata a livello di singoli neuroni e in una precisa regione cerebrale. Si chiama ‘nidopallio caudolaterale’ ed è considerata un equivalente aviario della corteccia prefrontale dei mammiferi. Lo studio è stato condotto nel Laboratorio di cognizione animale e neuroscienze (ACN) del Cimec che è diretto da Giorgio Vallortigara.

