Il tempo: volenti o nolenti, uno degli elementi cardini della nostra vita. O non ne abbiamo abbastanza o vorremmo che volasse via velocemente, magari portando con sé qualche dolore o magari avvicinandoci ad un momento speciale. 

C’è una forte correlazione secondo me tra tempo, musica e vissuto. La musica ci accompagna spesso, nei momenti di festa così come in quelli più mesti. Funge da rifugio, da sfogo, da amica. Il tempo musicale indica l’andamento, la velocità. Ed è facile trarne indicazioni che andranno in qualche modo a caratterizzarne i tratti per così dire “sentimentali”, quelle connotazioni che la porteranno a fare da sottofondo al nostro vissuto, al nostro Momentum. Per farla breve ed essere chiari: se voglio dare una festa non sceglierò certo un “adagio”, quanto un “andante” o un “allegretto”. E badate bene! Siamo in uno dei pochi ambiti sopravvissuti all’invasone anglofona, dove i termini universalmente riconosciuti ed utilizzati sono, udite udite, in Italiano. 

A sentir parlare di Adagio, ecco che fa capolino prepotente nella mia testa, in modo forse anche molto scontato, l’Adagio di Albinoni. A tratti straziante, doloroso e lacerante. Ma così intenso!

E continuando a menzionare il tempo nell’ambito della musica classica, come non pensare a Vivaldi ed alle sue Quattro Stagioni? Certo, qui non si tratta soltanto di tempo musicale, Vivaldi ci fa attraversare un anno accompagnandoci con melodie diverse a seconda della stagione. Una composizione in cui suoni ed emozioni si fondono in un tutt’uno e ci portano a rivivere sensazioni legate alle stagioni: l’allegria dell’estate, la frizzantezza della primavera e così via.

In epoca più moderna, il tempo entra prepotente anche nei testi. 

Il primo che mi viene in mente è quello di “Sei bellissima” di Loredana Bertè:

“Se pesco chi un giorno ha detto che il tempo è un gran dottore lo lego a un sasso stretto stretto

e poi lo butto in fondo al mare.”

Esprime l’amarezza di chi confidava nello scorrere del tempo per lenire un dolore, che invece è rimasto impresso, così come il legame la cui rottura l’ha scaturito. 

E poi “Time after time” di Cindy Lauper, si apre con una strofa in cui ogni parola è un rimando al tempo, alla sua misura ed al suo scorrere:

“Lying in my bed, I hear the clock tick and think of you Caught up in circles Confusion is nothing new Flashback, warm nights Almost left behind Suitcase of memories Time after time”

“Valigie di ricordi”, un’espressione che rende perfettamente quanto questi possano risultare a volte ingombranti.  Poi un’altra strofa ed il ritornello, in cui il tempo si fa promessa. “Mi troverai, ti aspetterò, ti terrò d’occhio, incurante dello scorrere del tempo”. In questo caso il tempo è neutrale, non influenza il legame, la promessa e la volontà. Non può ostacolarne la riuscita.

Il brano che fa da colonna sonora al film “Kate and Leopold” addirittura ha per titolo un avverbio di tempo “until”. E la melodia stessa, con il ticchettio del triangolo, richiama lo scorrere del tempo, la sabbia che scorre nella clessidra. Finché, prima che arrivi la fine. Prima che il nostro ballo finisca. Potrebbero accadere le cose più meravigliose, ma sarebbero nulla senza l’amore che lega i protagonisti del brano. E tutto sarà possibile e completo, almeno finché la danza non finirà.

Poi ci sono le canzoni “da bilancio”, come le chiamo io. Due di queste, “Good riddance- times of your life” dei Green Day e “I lived” dei One Republic, sono più che altro un invito, uno sprone a vivere appieno ogni momento. A far tesoro di tutto ciò che la vita ci offre. Perché è qualcosa che non si può prevedere, ma va bene così. L’importante è aver vissuto. L’importante è non aver paura del vuoto, quando ci troveremo a saltare. Perché non lasceremo vuoti se avremo vissuto davvero, se avremo dato tutto, fatto tutto e fatto nostro ogni secondo che questo mondo ci ha dato. Ecco, la potenza dei testi di questi brani. 

Scomodo anche loro, i Queen, che hanno scritto del “vivere per sempre” in modo esemplare. Il loro modo. Interrogandosi su chi voglia vivere per sempre, su chi osi amare per sempre, in “Who wants to live forever” danno una risposta cruda e realistica: “non c’è speranza per noi”. Ma offrono anche una soluzione veritiera: facciamo tesoro delle piccole cose. E lo fanno con questa frase ricca di poesia “tocca le mie lacrime con le tue labbra, tocca il mio mondo con le tue dita e avremo il nostro per sempre”.

Chiudo con un ultimo brano, anche se ce ne sarebbero per un tempo infinito (appunto!). “Ovunque proteggi”, di Vinicio Capossela. Che prima si perde nell’attesa, e poi contempla anche la possibilità che il meglio possa essere già passato senza che se ne sia accorto. 

Quante volte ci perdiamo in ciò che apparentemente non abbiamo e riteniamo fondamentale, senza invece dare valore a ciò che abbiamo già? A ciò che rende la già la nostra vita piena e preziosa?

E chiude con unna citazione quasi biblica, un invito a chi può farlo perché protegga il suo cuore ovunque e comunque:

“Ma ancora proteggi la grazia del mio cuore

Adesso e per quando tornerà il tempo

Il tempo per partire

Il tempo di restare

Il tempo di lasciare

Il tempo di abbracciare

In ricchezza e in fortuna

In pena e in povertà

Nella gioia e nel clamore

Nel lutto e nel dolore

Nel freddo e nel sole

Nel sonno e nell’amore

Ovunque proteggi la grazia del mio cuore”

Ma insomma, cosa vuole l’uomo dal tempo? Perché è così presente? Perché sentiamo il bisogno di combatterlo, vincerlo, rincorrerlo, parlarne continuamente?

Non lo so. 

Seppur abbia perso la mia fede tempo fa, quando me la vedo grigia ed il tempo si fa invadente, mi rifugio in un brano della Bibbia tratto dal libro dell’Ecclesiaste:

Per ogni cosa c’è il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo.

C’è un tempo per nascere e un tempo per morire,

un tempo per piantare e un tempo per sradicare le piante.

Un tempo per uccidere e un tempo per guarire,

un tempo per demolire e un tempo per costruire.

Un tempo per piangere e un tempo per ridere,

un tempo per gemere e un tempo per ballare.

Un tempo per gettare sassi e un tempo per raccoglierli,

un tempo per abbracciare e un tempo per astenersi dagli abbracci.

Un tempo per cercare e un tempo per perdere,

un tempo per serbare e un tempo per buttar via.

Un tempo per stracciare e un tempo per cucire,

un tempo per tacere e un tempo per parlare.

Un tempo per amare e un tempo per odiare,

un tempo per la guerra e un tempo per la pace.

Se vivessimo il tempo con più consapevolezza, forse aspettative, arrabbiature ed ansie si placherebbero. Certo mi auguro non smetteremo mai di cantarne.

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