Estate 1978: finite le scuole, circa giugno. Ero in fregola. Un grande sacrificio per la mia famiglia, ma avevo prenotato il mitico viaggio studio in famiglia in Inghilterra! E con il mio compagno di banco. Da urlo!

Pomeriggio del giorno precedente la partenza: il solito nomadismo fancazzista, vai da una parte all’altra in motorino; ricordo il Ciao, rigorosamente in due, io dietro sul sellino (solo chi lo ricorda immagina l’equilibrismo necessario per viaggiare così). Rigorosamente senza casco.

Erano momenti nel quale ci si inventava di tutto, normalmente stupidaggini. In moto, solo, davanti, un altro del gruppo, il bravo ragazzo, con il casco. Intesa veloce, accelerazione, sorpasso, un ceffone mio sulla parte posteriore del casco, il guidatore si gira per vedere l’effetto che ha sortito sul nostro amico. La giusta nemesi a tanta idiozia: la macchina davanti frena, il Ciao evita la macchina, il mio ginocchio no.

La faccio breve, ginocchio gonfio, il medico sconsiglia il viaggio. Il mio amico parte, io no. Tristezza infinita. Due settimane dopo ritorna dal viaggio l’amico e mi racconta di tutto e di più: ovviamente l’inglese un dettaglio, ma, come direbbe Ligabue, tra cosce e zanzare mi racconta di loro. Di un gruppo musicale che sta spopolando in Inghilterra, ancora immerso nei percorsi underground, ma seguitissimi. Desinenza Punk, ma vanta seguaci di diversa estrazione musicale. The Police. Il primo album ufficiale esce il 17 novembre 1978, cinque giorni prima la mia maggiore età. Per tutta questa storia, un gruppo che rimarrà per sempre ed è ancora nella mia memoria, oltreché nell’empireo dei prediletti . Ma non solo. Gramellini racconta del suo amore per i Police, rievocando il concerto di Torino del 1980. Io rievoco il concerto di Reggio Emilia, il 3 aprile 1980. Al palasport. Una follia nella follia.

Già il Palasport aveva una capienza limitata (siamo in centro storico), in più 2000 sfortunati privi del biglietto decisero la tecnica dell’esproprio proletario, tanto in voga allora: ed ecco disordini e gas lacrimogeni, polizia e attacchi. Io non avevo il biglietto, troppo pigro per lottare e averne uno, seppur appassionato di musica e dei Police.

Ovviamente non ho partecipato ai tafferugli, ma nel nostro luogo di ritrovo arriva la notizia del casino. Partiamo per andare a vedere. Tutto finito, poca polizia. Con la stessa naturalezza con la quale vi sto raccontando, liberi voi di credere o meno, parcheggiamo i motorini, sentiamo la musica ad alto livello, vediamo i portoni aperti del palasport, ci avviciniamo, nessuno che ci si pari davanti. Entriamo e siamo a quattro metri dal palco: Sting è lì. Quattro pezzi in tutto e poi usciamo.

Una banale conclusione: a volte i sogni si avverano, basta provare. Detto ciò, l’ho presa da lontano per introdurre l’ultimo disco di Sting. I Police ovviamente si sono sciolti, ma l’icona Sting ha continuato e continua a incantare. Non più il fremito dirompente dei Police, ma Sting, quasi italiano per residenza, cittadino del mondo per riconosciuta rappresentatività e grandezza. L’uomo che che veste il pop (forse il tipo di musica ai gradini più bassi della complessità musicale) di una dignità fuori dal comune.

Se il pop fosse una vettura, Sting veste un’utilitaria da dream car. Esagero forse. Il disco “The Bridge”, Sting ce lo fa ascoltare d’un fiato la prima volta, tanto il pop sembra la cifra che lo connota e tanto facile ci viene ascoltarlo così. Poi lo facciamo girare e rigirare per le nostre orecchie. E allora ci accorgiamo della finezza, della complessità e della perfezione musicale che può stare nella musica pop. 13 brani nella versione deluxe, tutti rappresentativi della storia musicale di Sting. Un artista che parte dal Punk, attraversa il rock e si ritrova all’alba dei suoi settant’anni a pieno titolo nel pop d’autore, con derive tipiche della sua esperienza musicale multiforme, tendenti in questo album allo swing, jazz e anche folk.

Ma non solo lo stile musicale, anche la cifra emotiva rende ancora più complesso l’ascolto di questo suo poppaccio. “Loving you” per me la più bella, se associata alle parole ed alla traduzione: una riflessione sulla fine di un amore, quando sei quello a cui l’amore fa ancora male. Un omaggio a Otis Redding “Sitting on the dock of the Bay”, con tanto di fischiata finale. “Rushing Water”, l’apertura semplice (in stile Talking Heads alle mie orecchie per certe note), musicalmente essenziale, agevole introduzione, quello che dà la misura del pop di Sting rispetto ad altri a volte purtroppo frequentatori dello stile.

“The bells of St. Thomas,” un quadro di Rubens la ispira, le spazzole sul piatto la necessaria eleganza. Ballate alla “The hills of the borders”, più celticofolk, fa il paio con “Captain Bateman”, marinara e romanticissima, più semplicemente folk; “For her Love”, più malinconica, i primi trenta secondi scaldano il cuore anche di lunedì mattina in macchina verso il lavoro; che fa il paio con “Harmony Road”, con la spettacolare presenza del Sax d’autore. E via via tutte le altre.

Che dire, a volte certi dischi, troppo belli per immaginare la possibilità di una replica altrettanto all’altezza, danno l’idea di voler rappresentare un addio, che è quello che non ci aspetteremmo mai da zio Sting. Un appello: raccogli le forze, riposati, soprattutto riposa la tua creatività e la sensibilità musicale, è ancora presto per smettere di accompagnare la nostra. Non avere fretta, e al tempo stesso non dormirci troppo su, aspettiamo il prossimo album.

Ciao Gordon.

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