A1 direzione Milano, 18:10. Sono fermo sulla piazzola d’emergenza appoggiato al guard-rail, la macchina spenta.

Niente collisioni, nessuna avaria: una pausa sul gremito manto grigio dell’asfalto, soltanto – si fa per dire – per guardare il cielo. E in quel cielo mi ci perdo. Salto tra un cumulo e l’altro, leggero, cavalco animali estinti e altri non ancora inventati, scalo montagne di solida inconsistenza per raggiungere una cima che diventa radice dell’albero della vita.

L’aria infranta dai camion scaraventa atmosfere sul mio volto che percepisco come carezze. Il frastuono del traffico si placa e i Senna del giovedì sera diventano fusti di frumento che si piegano al soffio di Eo(o)lo sperando di non spezzarsi. Chissà perché tutti guardano le stelle: forse perché con loro si sa dove cercare, o perché sono loro a dirti dove andare.

Per guardare le nuvole ci vuole coraggio, sono come una tavola di Rorschach che ha fugato il seminario deontologico: tu le guardi, e loro guardano dentro di te. Si lasciano plasmare come il pongo nelle mani di un bambino – che sia gioco, fuga o riflessione. E una volta che hanno realizzato il tuo capriccio creazionista svaniscono, lasciandoti una calda malinconia nel cuore. Si guardano le stelle perché vengono fuori di notte, quando la distrazione degli obblighi sfuma nell’ombroso oblio del cielo e ci rende di nuovo vedenti.

Un clacson riesce a disturbare la mia quiete – dannato istinto di sopravvivenza. Mi sono perso l’accaduto e ho perso anche la prospettiva su quel cielo stratificato. Tengo lo sguardo basso e penso che quei Senna in corsa non siano così differenti dalle nuvole. Anche su di loro puoi immaginare una storia fatta di passato e di futuro, plasmarli a tua volontà per poi lasciarli svanire dietro l’orizzonte, avido divoratore di sagome.

Ed ecco Massimo, sul suo Scania 8 cilindri adornato da un opulento sfarzo degno dell’interno di una casa sinti. Domina la corsia di mezzo, non perché debba sorpassare. Un elefante africano circondato da una mandria di gazzelle incerte, attratte dalla sua maestosa presenza, timorose per la sua potenziale distruttività. Trasporta cisterne di bargnolo in un incubo proibizionista tutto piacentino, una sirena si accende in lontananza – Adelante! Adelante!.

Spettatore di una partita di tennis tra chi viene inghiottito dalla linea sottile e chi compare all’improvviso, la palla è la mia fantasia. Pensieri che durano pochi attimi ma in cui il tempo si espande fino a deformarsi.
Viaggio universi, ma resto fermo nella piazzola d’emergenza, e la bellezza è proprio così. Urgente, necessaria, un’attesa lunga centinaia di km agognata come acqua nel Sahara. Quanti miraggi nella vita, e la bellezza è anche lì, nascosta nelle eteree sfumature di un’illusione, dentro la caverna di Platone, perché era lì che poteva essere cercata.

Il cielo si è fatto rosso, i capillari dell’occhio del mondo stanno scoppiando. Salgo in macchina, metto la freccia e riparto, il volante saldo nella presa mancina e lo sguardo vigile – anche per gli altri dice sempre mamma. Torno attore di quello spettacolo teatrale che fino a qualche momento prima seguivo dalla platea con un libretto tra le mani – pieno di pagine vuote.

Articolo a cura di Antonio Floriani

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