Tralascio biografie e ammennicoli vari, vado alla sostanza. Non so se sia uno scrittore noto o meno. O quanto noto sia. O quanto noto sia e a che pubblico. A me è noto perché è la risposta ideale alla mia ricerca del gioco che più mi piacerebbe fare: il viaggiatore solitario.

A che gioco vorresti giocare? A fare il Sylvain Tesson. Che gioco è? Quel gioco che mette in pratica i nostri desideri di adulta infantilità. Giocare all’avventura, insomma. Per noi improvvisati: una notte in tenda, in montagna, da soli. Un trekking, sempre solitario. Ma quando il gioco si fa duro, i duri iniziano a giocare (cit. Bluto Blutarsky, alias John Belushi, “Animal House”): allora bisogna essere Sylvain Tesson.

La scoperta: “Nelle foreste siberiane”. Resoconto di una esperienza in totale solitudine, sei mesi in una baracca sul Lago Baikal, Siberia, Il villaggio più vicino a 50 chilometri. – 30 gradi, gli orsi come esseri viventi più facili da incontrare. I contatti umani sono con altri fuori di testa come lui, che occasionalmente passano per quel luogo, in preda a identiche follie solitarie. Magari irrompendo nel bel mezzo della notte mentre il nostro Sylvain dorme. Ora immaginate di essere in una baracca di legno, alle tre di notte vi piomba in baracca un umano. Secondo me in molti bagnerebbero le mutande. Il nostro no, aiutato da uno stato alcolico di livello (tra le cose che lo accompagnano nella baracca una riserva importante di vodka), accoglie la sorpresa come gli antichi accolgono il viandante, in modalità a noi sconosciuta: al posto della paura l’accoglienza. Vi sfido.

Un racconto lungo sei mesi: non so quanto particolare sia io, o il nostro Tesson, ma sono rimasto inchiodato selvaggiamente al narratore. Chiuso il libro, che voglia di questa avventura, che voglia di un altro libro di Sylvain. Un piccolo assaggio dell’autore : “Giornata interminabile. A Parigi non mi ero mai soffermato troppo sul mio stato interiore. Non credevo che lo scopo della vita fosse quello di registrare il tracciato sismografico dell’anima. Qui, nel silenzio cieco, ho tutto il tempo di percepire le sfumature della mia tettonica personale. L’eremita deve rispondere a una domanda: è possibile sopportare se stessi?”.

Dicevo voglia di Sylvain: arriva “Un’estate con Omero”. Troppo facile descriverlo come un saggio sul poeta greco. Un anno a Tinos, isola, Grecia, dedicandosi al grande poeta ed alle sue opere, ma ancora di più alla luce ed al mare. Soprattutto la terza parte del libro definisce la metrica dell’autore: riflessioni su temi vari quali i miti pagani, il rispetto della natura, il ruolo delle donne, il senso del dovere, e le responsabilità della propria condizione. L’avventura di questo libro risalta più staticamente intima. Sylvain mi perseguite, e riappare in tutta la sua animalità con “La pantera delle nevi”. Al seguito di una spedizione fotografica in Tibet, per fotografare appunto il gioiello del titolo. Narratore impetuoso, curioso, spende parole al limite della logorroicità per raccontare di religioni orientali e cristianesimo, natura selvaggia, emozioni, tensioni intime e di viaggio. In attesa che la pantera si appalesi. Si paleserà? scoprite leggendo questo libro: occhio, se lo cominciate in un giorno finisce.

L’ultimo incontro con Sylvain, di questi giorni: “Sentieri neri”. Sempre facilmente filosofico ed esistenziale. Perché Sylvain è animale semplice. Un lungo infortunio, per Sylvain quasi mortale. Un impegno mantenuto: se mai riuscisse a rimettersi in piedi, un viaggio a piedi dalla Provenza alla Normandia. Il camminare e i pensieri di una rinascita. Accompagnato dalle sue conoscenze e letture. Alimentato dai contatti umani e con la natura. Condisce tutto (e come sempre aggiungo io) con la sua sorprendente poesia: “C’è chi fa di tutto per apparire nella storia, io mi accontento di scomparire nella geografia”.

Avete capito a che gioco mi piacerebbe giocare. Ma lascio uno spazio e una speranza a tutti coloro che come me non possono giocare ad essere Sylvain: esiste il gioco della vita quotidiana, fatta di lavoro, di impegno e responsabilità. La faccia diversa della stessa medaglia che ci racconta Sylvain, fatta di eroismi quotidiani.

Anche questo un bel gioco, da non disdegnare. Perché il sogno, a ben pensarci, è tutto sommato una realtà semplicemente nascosta nella nostra quotidiana normalità. Noi dobbiamo riconoscerlo. E per riconoscerlo, per accenderlo, abbiamo solo bisogno di benzina. E gente come Sylvain è uno dei nostri distributori.

Vado fuori a giocare.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.