Qualche settimana fa mi sono imbattuta in un meme perfetto per me, che ho prontamente condiviso con il mio compagno:

“Il marito: -Ma perché compri le piante se poi le fai morire?- La moglie: -solo per ricordarti di cosa sono capace-”

L’ho trovato molto simpatico ed anche calzante vista la mia lotta costante con il cosiddetto pollice verde,in effetti porto a casa piante aromatiche dalle spese settimanali e nonostante i miei sforzi, la loro aspettativa di vita si riduce al tragitto supermercato- casa. Nelle migliori delle ipotesi, passano il weekend.

Le circostanze hanno voluto che ora mi trovi a supportare mio papà nella cura del suo orto e del suo giardino. Ebbene si: ho visto oleandri rinsecchirsi per istinto di autoconservazione appena appresa la notizia, zucchine sotterrarsi e fragole scappare a gambe levate gettandosi nelle macedonie dei vicini.

Le circostanze mi hanno offerto una possibilità unica. Sto imparando tanto dalla terra, dalle piante. Tanto.

La terra: all’apparenza secca, crepata, arida. La rivolti zappandola, scavi, la rompi, la frantumi, la rivolti ancora ed ecco che improvvisamente è pronta ad ospitare una vita. Ed ecco che è vita, accoglienza, abbraccio. Un filo d’acqua e non è più quella di prima. Avete mai provato a sbriciolare i grumi di terra? Avete mai provato a sbriciolarla a mani nude? Come se fosse la vita a scorrervi tra le mani. La resilienza della terra è incredibile. Scontata per chi tutti i giorni la lavora, una novità per chi, come me, vive in una realtà rurale, ma allo stesso tempo distante da quel mondo.

Noi siamo figli di un cavo di alimentazione. Non ci muoviamo se non siamo sicuri che le batterie di tutti i nostri “devices” siano cariche o ricaricabili. Senza navigatore non sappiamo muoverci o ci perdiamo. Senza i social siamo persi, pesci fuor d’acqua. Se non troviamo risposte immediate, andiamo in tilt. Siamo noi, hic et nunc, tutto e subito insomma.

Mentre la terra e le piante ci insegnano che occorre tempo. Tempo per maturare, tempo per raccogliere. Un tempo scandito, un tempo fatto di pazienza, sole, calore e nutrimento, non di carica elettrica.

Nel giardino dei miei ci sono due alberi di amarene. Carichi di frutti, ancora indietro come maturazione, ma neanche troppo. Un ramo di uno di questi si è spezzato, a causa del troppo peso e dei venti di questi ultimi giorni. Mi sono ritrovata a tagliare i rami compromessi, a raccogliere i frutti più maturi, tutto alla mercè di zanzare e insetti che ancora stanno festeggiando il lauto pasto.

Mi sono ritrovata a potare rami sentendomi quasi in colpa di doverlo fare. Senso di colpa placato dalla consapevolezza che poi sarebbero ricresciuto più forti e rigogliosi. E’ questa un’altra caratteristica che mi sorprende e affascina della natura in generale e delle piante nello specifico: spesso per poter crescere più rigogliose e trovare nuova linfa, devono rinunciare a una parte di loro stesse. Tagliare, accorciare, potare.

Spesso per noi esseri umani è difficile da capire, sembra quasi contronatura, ma è così naturale in realtà!

Ora, per dovere di cronaca specifico che le piante di orto e giardino di mio papà stanno tutte bene, abbiamo una decina di vasetti di marmellata a disposizione, zucchine e basilico in forza e crescita nell’orto. Tutto sotto controllo.

E io ho guadagnato una nuova consapevolezza, ho trovato un rifugio, un pretesto che mi riporti a terra, che mi dia concretezza. Insieme a me, mio figlio, che a modo suo mi ha aiutata a zappare, trapiantare, snocciolare. Impagabile. Ecco cos’è tutto ciò: impagabile. Insomma, uno dei miei rimedi, come cantano i Black Crowes:

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