Inizia oggi, martedì 8 settembre, la fase campionato della Champions League maschile, la principale competizione europea per club. Ci saranno, naturalmente, le partite. Ma prima ancora del calcio tornerà un altro appuntamento immancabile: il momento dell’inno.

Si chiama, semplicemente, “Champions League” e ha un testo altrettanto semplice, costruito attorno a poche parole ripetute in tre lingue: “i migliori”, “i maestri”, “i campioni”. Anzi: the Chaaaampiooooons.

Esiste dall’inizio degli anni Novanta, nessuno sembra avere intenzione di cambiarlo — è stato soltanto aggiornato e ri-registrato — e per ascoltare dal vivo l’inno originale da cui prende ispirazione, fuori da uno stadio di Champions League, bisogna aspettare un’incoronazione reale britannica.

“Champions League” esiste dal 1992, quando la vecchia Coppa dei Campioni cambiò formato e nome. Da allora viene suonato negli stadi prima delle partite — dove molti calciatori hanno raccontato di emozionarsi o esaltarsi nel sentirlo — e trasmesso in televisione, davanti a milioni di tifosi che spesso provano qualcosa di molto simile.

Musicalmente, però, non è un’invenzione particolarmente originale. Si ispira infatti a un inno per incoronazione composto da Georg Friedrich Händel, morto più di due secoli prima che il calcio moderno fosse inventato.

Eppure funziona. E funziona molto bene, da decenni. Anche perché è difficile sentirlo in un contesto diverso da quello della Champions League. Si trova naturalmente su YouTube e Spotify, ma la UEFA, che ne detiene i diritti, è attenta a non permetterne un uso indiscriminato altrove.

L’inno fu composto dal britannico Tony Britten, diplomato al Royal College of Music di Londra. Gli venne commissionato perché il suo agente aveva saputo che la UEFA, impegnata a trasformare la nuova Champions League anche in un marchio globale, cercava un inno che facesse parte del progetto di branding della competizione.

Un dirigente di TEAM, la società incaricata di quel progetto, raccontò al New York Times che dopo gli anni Ottanta il calcio europeo aveva un problema di immagine, tra la violenza degli hooligan e la strage dell’Heysel. Serviva qualcosa che desse alla competizione un’aria più prestigiosa, che la facesse, per usare le sue parole, “class it up”.

Qualcuno propose naturalmente “We Are the Champions” dei Queen. Fortunatamente, però, il brainstorming andò oltre.

Del resto, il rapporto tra calcio e musica classica aveva appena ricevuto una dimostrazione spettacolare. Nel 1990 i Tre Tenori — Plácido Domingo, José Carreras e Luciano Pavarotti — si erano esibiti per la prima volta insieme alle Terme di Caracalla, a Roma, il giorno prima della finale dei Mondiali di Italia ’90. Per milioni di persone fu la prova che calcio, opera e musica classica potevano stare nello stesso racconto.

“A dir la verità”, ricordò Britten qualche anno fa, “quando me lo proposero per me fu solo un lavoro come un altro”. Ci mise circa un mese. All’epoca lavorava soprattutto a colonne sonore e jingle pubblicitari e mandò a TEAM una manciata di “frammenti di componimenti di musica classica” per capire quale direzione potesse funzionare.

TEAM scelse “Zadok the Priest”, uno dei quattro inni che Händel compose nel 1727 per l’incoronazione di Giorgio II di Gran Bretagna, il sovrano che avrebbe regnato per più di trent’anni.

Il titolo originale deriva dal testo musicato da Händel: un passo del Primo libro dei Re della Bibbia che racconta l’unzione di Salomone da parte del sacerdote Zadok e del profeta Natan. “Zadok the Priest” è ancora oggi uno degli inni tradizionalmente eseguiti durante le incoronazioni dei monarchi britannici. È quindi destinato a tornare in scena ogni volta che il Regno Unito incorona un nuovo sovrano — cosa che, dopo il lunghissimo regno di Elisabetta II, non è accaduta molto spesso.

Britten doveva trasformare quella musica in qualcosa di nuovo e contemporaneo, ma l’impronta di Händel rimase evidente. Gli chiesero di inserire un coro in tre lingue — inglese, tedesco e francese, le tre lingue ufficiali della UEFA — e per il testo scelse la soluzione più semplice possibile, privilegiando soprattutto il suono delle parole.

Valutò diverse alternative a “the champions”. Tra le possibilità c’erano “the greatest”, “the finest” e “the most exciting”: i più grandi, i migliori, i più esaltanti.

“A ripensarci, alcune sarebbero state un disastro”, disse. Anche della versione definitiva parlò senza particolari ambizioni artistiche: “Non stavo cercando di fare un’opera d’arte. Mi preoccupai che facesse quello per cui era stata pensata”.

E in effetti lo fa.

Britten, oggi 71enne, non possiede i diritti dell’inno, ma riceve le royalties. “Non è che ci faccia i milioni”, disse nel 2020. È tifoso del Crystal Palace, una squadra inglese che non ha mai giocato in Champions League, ma l’inno gli ha permesso di assistere dal vivo a numerose finali, a volte dirigendone l’esecuzione prima del calcio d’inizio.

Lo fece, per esempio, nel 2001 a San Siro, con il coro della Scala, prima della finale tra Bayern Monaco e Valencia.

Dal punto di vista musicale, l’inno di Britten è stato criticato soprattutto perché troppo simile all’originale di Händel, al punto da sembrare più un adattamento che una composizione autonoma.

Ma forse è proprio questo uno dei motivi per cui ha funzionato così bene. Britten non ha dovuto inventare da zero qualcosa che suonasse solenne, antico, europeo e immediatamente riconoscibile. Ha preso una musica già associata da secoli alla regalità e l’ha trasformata nel segnale acustico di una nuova aristocrazia: quella del calcio europeo.

A Britten, raccontò, spiegarono che per la Champions League il suo inno era importante quanto il rosso per Coca-Cola. E negli anni c’è stato chi lo ha definito “il vero inno dell’Europa”: forse l’unico grande prodotto culturale europeo davvero condiviso, riconoscibile e diffuso nato negli anni Novanta.

È anche per questo che basta sentirne poche note per sapere esattamente dove ci si trova. Non importa se si è in uno stadio, davanti a una televisione o semplicemente in una stanza: parte il coro, arriva il crescendo, e da qualche parte, inevitabilmente, qualcuno sente già quel the Chaaaampiooooons.

Un paio di anni fa, nell’ambito di un più ampio progetto di rebranding della competizione, l’inno è stato ri-registrato e leggermente modificato, dando maggiore rilievo alla parte corale. Ne è stata realizzata anche una versione diversa, più ritmata e trionfale, da utilizzare dopo la finale, nel momento in cui viene sollevato il trofeo.

L’inno, insomma, è cambiato quel tanto che basta per continuare a sembrare lo stesso.

Ed è probabilmente questa la sua qualità più importante: da più di trent’anni annuncia sempre la stessa cosa. Che, almeno per quei pochi secondi prima del calcio d’inizio, stanno per scendere in campo i campioni.

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