Nulla di politico nelle parole che seguono, nessuna scelta di campo. Solo la presa d’atto che i populismi, lungi dall’essere di parte, sono divisivi per natura. Ogni atto, ogni posizione, ogni espressione è un essere contro. Un essere contro, definendo sempre in modo ruvido i diversi da sé, ora avversari, ora nemici, il confronto sempre nei limiti di una guerra da combattere, facendo da apripista alla violenza verbale ed intellettuale figlia dei tempi e del nostro sociale.

Tutto ciò che il populismo genera tende al cruento più che alla relazione. Ucraina docet, venti di guerra annessi. Diversamente sta la ricerca della relazione, che tutto ciò e tutti coloro che sono diversi dai populismi vogliono. Confronto duro e critica, ma sempre relazione: si gioca tutti nello stesso campo, che è quello del progresso umano. Si può essere contro, ma ci si abbevera tuti alla stessa fonte, ovvero l’aspetto razionale, non emotivo e di pancia, della natura umana. In questo senso, quello che manca non è un assunto politico, ma un’educazione di fondo. Educazione all’umanità, che sia di qualità, non sgarbata, ferma e qualificata nei contenuti.

E per creare un’educazione alla relazione, abbiamo detto dell’umana natura, è semplice rivolgere un pensiero al temi dell’umanesimo. Già umanesimo: sento già l’eco di coloro che associano umanesimo a tempi sepolti dalla polvere della storia. Ancora, che lo associano alla cultura, in particolare classica: la solita chiave classista di lettura dell’essere umano che privilegia la cultura e chi se la è potuta permettere. Agli altri per forza non restano che populismi. Cultura da salotto contro la quotidianità ruvida del sociale. Nulla di tutto ciò. Umanesimo è prima di tutto un concetto, una impostazione mentale a cui rivolgere il proprio animo, indipendentemente dal censo o dal livello di studi raggiunto.

Pensiamo ad un concetto, passateci il gioco di parole, populista dell’umanesimo. Concetti come dignità e valore, l’appellarsi a qualità umane, la più attinente delle quali è la razionalità. La razionalità, che altro non è che investigare continuamente sul proprio umano dei concetti, dei pensieri, dei comportamenti , del proprio agire. Per semplificare quei cinque minuti in più che mettono da parte la pancia e fanno lavorare il cervello. Che affrontano il campanilismo intellettuale con una riflessione più attenta all’universale, che è ovunque appena fuori dalla porta del nostro cervello, non appena interagiamo con gli altri. Lungi dai misticismi irrazionali, che prendono il sopravvento sulla ragione, ogni interazione è la giusta mediazione tra il proprio ed il senso comune.

Ottimismo, attenzione al bello, sostegno illimitato alla natura umana, che sia razionale, sempre con il sostegno e nella relazione con gli altri. Non c’ e studio e non c’è cultura che non ci si possa permettere per sviluppare queste cose. Ai miei tempi si diceva, basta la quinta elementare, basta saper ascoltare chiunque o qualunque fonte, che nella sua modesta eccellenza sappia illuminarci. Poi, se proprio vogliamo buttarla sulla cultura, leggere un libro è meglio di una manifestazione ignorante, vedere un bel film e meglio che farsi aizzare da un cagnaccio populista, vedere un bel quadro, o dedicarsi ad una buona relazione sentimentale o amicale, da più serenità che vedere nemici ovunque. Questo, titoli di studio e censo a parte, credo se lo possano permettere tutti, nel nostro occidente ormai perso (si esagero un po’).

O no?

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