100.000 anni fa le radici del nostro comportamento sociale odierno erano già state fondate.
Un sistema comunicativo efficacemente organizzato, comparabile a quello odierno e l’espansione dei primi uomini moderni paiono due fenomeni cardinali e indipendenti, ma sono rami fratelli di una stessa forza motrice: il linguaggio.

Dato, per certi versi, come facoltà innata e considerato nella quotidianità un apprendimento scontato, è affascinante comprenderne le origini e considerare come sia stato di fatto il cardine della costituzione della società moderna e, non di meno, un fattore evolutivo per noi fondamentale.

“Lo sviluppo culturale che ha generato il nostro comportamento sociale odierno è avvenuto, per la maggior parte, negli ultimi centomila anni, molto probabilmente perché, intorno a quella data, la piccola popolazione che ha dato origine a tutti gli uomini che vivono oggi aveva raggiunto la capacità odierna di comunicare.”
(Cavalli Sforza, 2004: 1).

e ancora:

“Che cosa ha provocato l’espansione della prima popolazione di uomini moderni? Questa popolazione non era certamente la sola vivente allora al mondo, ma erano uniche certe doti connesse al suo sviluppo intellettuale. Vi sono molte ragioni che fanno pensare al linguaggio come motivo fondamentale”
(Cavalli Sforza, 2004: 29).

Come e quando?

Che le prime attestazioni di un seppur rudimentale sistema comunicativo fossero orali è ormai teoria superata. Lo psicologo e neuroscienziato neozelandese M. Corballis sottolinea, invece, il ruolo fondamentale del gesto deittico, ossia il gesto manuale, facendo così risalire le origini del linguaggio a 2 milioni di anni fa, con la comparsa dei primi esemplari del genere Homo.

Di fatto «l’antenato comune di esseri umani e scimpanzé doveva essere meglio equipaggiato per sviluppare un sistema di comunicazione volontaria basato su gesti visibili piuttosto che su suoni». L’ipotesi si basa sulla scoperta della presenza di neuroni specchio nel cervello delle scimmie, neuroni alla base della capacità di rilevare e comprendere il significato degli atti altrui. In breve, col passare dei millenni, la mimesi gestuale diventò sempre più arbitraria e simbolica; si aggiunse il coinvolgimento facciale e si incorporarono vocalizzi. Insomma, il linguaggio vocale si è definito come modalità autonoma di comunicazione in Homo Sapiens 50.000 anni fa.

Una serie di fortunate coincidenze

Altro aspetto stupefacente è che tutto questo processo non fu meccanicamente e a priori rivolto a un fine, bensì si trattò di un susseguirsi di fenomeni il cui risultato è fortunatamente quello attuale.
Basti pensare che la nostra conformazione corporea non mostra affatto una propensione al linguaggio. Anzitutto, la facoltà comunicativa non è dotata nemmeno di un apparato apposito: la cavità orale (lingua, labbra, denti), così come i polmoni sono organi primariamente deputati ad altre funzioni, quali masticazione o respirazione, e solo secondariamente tramite un processo definito “exattamento” hanno assunto la funzione verbale.

Inoltre, nell’umano adulto la laringe è collocata molto più in profondità nella gola di quanto non fosse nell’uomo di Neanderthal o nei neonati. Questo consente una maggior modulazione dei suoni e produzione di foni differenti.

Fu una fortuna, inoltre, la conquista della posizione eretta: riducendo la superficie corporea esposta al sole, si ebbe un graduale raffreddamento del sangue nel cranio, liberatosi così dai vincoli di temperatura che ne condizionavano la crescita.
Infine, essere bipedi anziché quadrupedi consentì l’uso degli arti per altre funzioni, tra le quali il fondamentale gesto deittico, di cui sopra accennato.

La cultura come metodo d’adattamento

Tante volte nei documentari vengono mostrate drammatiche scene di un guado di un corso d’acqua da parte di mammiferi, tragicamente interrotto dalla comparsa di predatori celati nelle acque. La sopravvivenza in questi casi è senza dubbio deputata alla prontezza d’intuito e alla buona sorte.
Però, un cucciolo di Sapiens che attraversa la strada sarà sì in una condizione avvantaggiata poiché accompagnato, ma sarà anche già stato informato a priori dei pericoli a cui andrà incontro perché qualcuno avrà già vissuto quella situazione e avrà potuto trasmettergliela.

In contrapposizione agli altri esseri animali, questo è solo uno dei grandi vantaggi del linguaggio: poter ereditare le conoscenze delle generazioni precedenti e costruire un’enciclopedia del sapere, mattone dopo mattone, avo dopo avo.
Diversa, appunto, la condizione degli animali, condannati a una sorta di “eterno presente”, in cui alla scomparsa del genitore, il bagaglio di conoscenze del figlio è azzerato e si riparte da capo.

Sfruttare le lingue come strumento di sopravvivenza e adattamento non è proprio solo dell’età preistorica, ma è un fatto all’ordine del giorno.
Grazie alle lingue possiamo sapere a priori quali cibi sono commestibili e quali no, conoscere e sviluppare cure alle malattie e provare a sfuggire alle calamità naturali, per citare solo qualche esempio.

Siamo pur sempre animali o no?

Ultimo aspetto affascinante è che questa incredibile facoltà pone da lungo tempo in discussione il nostro statuto di essere animale, che ci accomuna con altri esseri viventi.
La facoltà del linguaggio sarebbe a tal punto possente – in senso stretto: capace di realizzare tanto quantitativamente e qualitativamente – da creare una discontinuità tra noi e gli altri esseri viventi?

Esistono fondamentalmente due scuole di pensiero. Secondo la teoria cartesiana sarebbe questo il caso: nell’uomo il linguaggio prende il posto di quella che era l’anima razionale, già strumento discriminante tra uomo e animale, e pertanto introduce una discontinuità nella natura. Al contrario, Darwin inquadra tale facoltà come una variazione di capacità dal punto di vista quantitativo, rispetto agli altri animali. Possediamo una dote maggiormente sviluppata, ma non assente in altre forme viventi.

Insomma, animali o meno, ciò di cui si è in possesso è sicuramente uno straordinario esempio di strumento di evoluzione culturale, e non biologica come da standard.
Difficile fare luce su una questione i cui dati in nostro possesso sono lacunosi e probabilmente mai reperibili completamente. Una cosa però è certa: strano come molte cose fondamentali accadano per caso.

Di Noemi Manghi

2 thoughts on “Ode al linguaggio”

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