
Come spiegato dal celebre storico dell’arte Hugh Honour, per Neoclassicismo intendiamo lo:
“stile del tardo Settecento, della fase culminante, rivoluzionaria, di quella grande esplosione di ricerca umana nota col nome di illuminismo”
(Honour, 1968, p. 3)
Ma definirlo “stile” è riduttivo: il Neoclassicismo fu un dirompente spirito di riforma, in cui il progresso scientifico andava di pari passo con la ricerca di semplicità e purezza primitive. L’obiettivo era ambizioso: costruire un mondo nuovo e migliore, regolato dalle immutabili leggi della ragione e della giustizia.
Un’ideologia visiva: arte e ragione
Dal punto di vista artistico, questa ideologia si tradusse in un marcato ritorno all’antichità greco-romana, visibile in pittura, scultura e architettura. Ma il Neoclassicismo non fu un rifugio nel passato, bensì un laboratorio di idee.
Come scriveva d’Alembert nel 1759:
“Un notevolissimo mutamento nelle nostre idee sta avvenendo.”
(Honour, 1968, p. 7)
Il movimento neoclassico si sviluppò in Francia, tra l’espansione del pensiero illuminista e lo scoppio della Rivoluzione Francese, anticipando la Terza Repubblica (1870), precorritrice di quella attuale.
Contemporaneamente, a Firenze, si attuarono riforme illuministe significative: l’abolizione della tortura, la modernizzazione amministrativa e, nel 1786, l’abolizione della pena di morte nel Granducato dei Lorena – uno dei primi casi in Europa.
Nel Sud, Napoli e la scoperta dei siti archeologici di Ercolano e Pompei suscitarono fascino e interesse. Roma, con le sue rovine, divenne epicentro del gusto neoclassico, attirando intellettuali da tutta Europa.
Una nuova etica dell’arte
Questo impegno morale e idealismo si rifletterono nella pittura e nell’architettura:
- In pittura, si assistette al rifiuto del Rococò e all’esaltazione della linea, della semplicità, dei contorni netti, delle superfici piatte e delle vedute frontali. Un esempio emblematico è Il giuramento degli Orazi di Jacques-Louis David (1784), tra i pittori più rappresentativi, anche politicamente, dell’epoca.
- In architettura si predilessero forme solide, stabili, ispirate a una purezza primitiva, prive di ornamenti e policromie.
Perché l’antico?
Ci si può chiedere: perché questo culto dell’antico? Perché scegliere proprio quel repertorio di forme e idee?
Una premessa fondamentale: gli artisti neoclassici non copiavano l’antico, ma lo imitavano nel senso nobile del termine. Non riproduzione, ma estrazione e distillazione:
“Perpetuo esercizio dello spirito, un’invenzione continua.”
(Honour, 1968, p. 75)
In tempi di crisi, l’antico offriva un senso di ordine, permanenza e un modello ideale da cui ripartire.
La seconda metà del Settecento fu infatti un periodo di profondo disorientamento: crollavano certezze come l’assolutismo e la religione, emergendo nuovi ideali di ragione, libertà e uguaglianza.
L’arte neoclassica, richiamandosi all’antico, parlava un linguaggio chiaro, leggibile ed eterno. Grazie a quel modello visivo, nacque anche una nuova etica estetica: le statue di Antonio Canova, con il loro equilibrio formale e i gesti misurati, divennero simboli politici ed etici, in netto contrasto con la confusione del presente.
Neoclassicismo oggi
Con uno sguardo più ampio, possiamo riconoscere che questo ragionamento non è solo storico, ma universale.
Ogni epoca incerta torna al passato per ritrovare ordine e misura.
Nel Settecento, si rispose al caos con forma, bellezza e armonia.
Oggi, in un’epoca di immagini instabili e memorie digitali, l’antico riemerge in molteplici forme:
- Nel design tecnologico, Apple e altri colossi propongono un ritorno a forme simmetriche, proporzioni armoniche e materiali “classici” in chiave minimalista.
- Nell’interior design, brand scandinavi e italiani reinterpretano motivi neoclassici: vasi greci stilizzati, colonne in resina, stucchi, statue monocrome.
- Nella moda, case come Valentino, Dior, Versace e Rick Owens hanno integrato elementi del mondo greco-romano – tunicati, pepli, drappeggi – nelle loro collezioni più recenti.
Ci troviamo dunque in una situazione analoga a quella settecentesca. E, anche oggi, non si tratta solo di un revival nostalgico, ma di un linguaggio simbolico, visivo e psicologico, con cui cerchiamo di dare peso e direzione a un presente che sfugge.
Di Noemi Manghi


Un articolo chiaro esaustivo,e quanto mai basato su verità e percezioni assolutamente oggettive.
Bravo la scrittrice
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