Partiamo da quella che per molti potrebbe suonare come un’eresia: un imprenditore non ama essere giudicato per i soldi che ha, ma per l’immagine che crea di sè.

Ci tiene a fare bella figura, forse più che ai soldi. E quando salta, certo, la fonte di ricchezze è una perdita significativa, ma ancora di più lo preoccupa la figura agli occhi di quelli che vengono definiti “stakeholder”, tutti quelli che da lui si sono aspettati qualcosa di buono. Per la promessa che non ha mantenuto.

Le storie imprenditoriali sono uniche, le più svariate, tutte con il loro impatto, segno, personalità. Non è immaginabile codificare una formazione precisa per diventare imprenditori di successo. Ma, se è vero quanto ho detto all’inizio, esiste un tratto comune a tanti imprenditori che può essere in qualche modo fortificato: come essere un riferimento per coloro che sono funzionali al successo. Rispondere agli occhi che ti guardano, che ti giudicano, la comunità che hai costruito. Da imprenditore con I maiuscola.

E allora vorrei dare il mio contributo con due nomi che mi hanno sempre girato in testa. Uno Enrico Mattei, per, diciamo, conoscenza diretta: mio padre ha lavorato per il gruppo Eni e mi ha sempre raccontato dell’adorazione che tutti gli uomini Eni avevano per quest’uomo. Più icona d’immagine, di racconto tramandato, anche di standing politico, meno di contatto per il suo popolo. Nell’immaginario popolare un uomo che ha sostenuto la rivolta contro i grandi dell’industria del petrolio, ritenuti affamatori, a sostegno dei paesi produttori, ai quali presentava l’Italia come partner nello sfruttamento condiviso delle risorse più che affamatore. Morì in un incidente aereo di dubbia natura. Aveva ben rotto le scatole politicamente a tanti nel mondo. Oltre che garantire le case vacanza a tutti i suoi dipendenti, dal dirigente all’operaio.

L’altro, più popolare, intanto perché più ad uso di tanti il suo prodotto). Chi non ricorda Montanelli e la sua lettera 32 Olivetti? Parlo di Adriano Olivetti, una vita spesa per la gente della sua organizzazione, con un connotato meno politico e più di contatto rispetto a Mattei. Esiste una chicca che inviterei a prendere come riferimento per dare ad ogni imprenditore una traccia di stile alla Nuvola Rossa per i suoi Oglala.

Non si pretende che questo strumento possa rappresentare l’unicità dell’avventura imprenditoriale, ma la cultura dell’organizzazione sì: al vertice i propri uomini, a volte fautori al pari del successo, se motivati con vera passione.
Certo, non dobbiamo pensare all’imprenditore fautore del bene di ogni singola cellula umana della sua azienda. Ma all’imprenditore capace di coltivare il bene comune, un concetto difficile, disvelato da un discorso che Adriano Olivetti tenne ai suoi lavoratori di Ivrea il 24 dicembre del 1955, nel “Salone dei 2000”.

Prendo le mosse riassumendone in primis il senso in una frase, coniata da chi del discorso ne fece oggetto di studio di semiotica, Lisa Gino: “Un discorso di Adriano Olivetti, ai dipendenti. Analisi del testo: dal profitto come valore al valore come profitto”.

Prima della lettura, vorrei riportare l’incipit, perchè racchiude il senso del rispetto olivettiano per la sua comunità di lavoro, le necessarie spiegazioni (implicitamente, ringraziamento e rispetto) dovute a questa comunità.

“Amici lavoratori della ICO, della OMO, della Fonderia, dei Cantieri esattamente sei anni or sono, il 24 dicembre 1949 rivolsi a voi, da questo microfono, un breve messaggio in occasione di quel Natale ed iniziai passando in rassegna gli avvenimenti più salienti di quell’anno. Mi sia consentito anche oggi a tanta distanza di tempo, iniziare riassumendo quanto è passato nella nostra fabbrica negli anni più recenti. Verso l’estate del 1952 la fabbrica attraversò una crisi di crescenza e di organizzazione che fu appena visibile a tutti, ma che fu non di meno di una notevole gravità. Fu quando riducemmo gli orari; le macchine si accumulavano nei magazzini di Ivrea e delle Filiali, a decine di migliaia. L’equilibrio tra spese e incassi inclinava pericolosamente: mancavano ogni mese centinaia di milioni. A quel punto c’erano solo due soluzioni: diventare più piccoli, diminuire ancora gli orari, non assumere più nessuno; c’erano cinquecento lavoratori di troppo; taluno incominciava a parlare di licenziamenti. L’altra soluzione era difficile e pericolosa: instaurare immediatamente una politica di espansione più dinamica, più audace. Fu scelta senza esitazione la seconda via. In Italia, in un solo anno, furono assunti 700 nuovi venditori, fu ribassato il prezzo delle macchine, furono create filiali nuove a Messina, Verona, Brescia, alle quali si aggiunsero più tardi quelle di Vicenza e di Cagliari. La battaglia, condotta dal dottor Galassi, validamente coadiuvato dai suoi collaboratori, fu vinta d’impeto, e diciotto mesi dopo il pericolo di rimanere senza lavoro era ormai scongiurato; la battaglia era costata molte centinaia di milioni che non potevano essere equilibrati se non da una migliore organizzazione delle fabbriche. La lotta continuò in tutto il fronte dell’esportazione: in Germania, in Belgio, in Inghilterra, negli Stati Uniti; furono create nuove filiali a San Francisco, Chicago. Francoforte. Colonia, Hannover, Düsseldorf; lo sforzo fu ovunque intenso. In questi ultimi anni le nostre Consociate sparse in tutto il mondo si andarono riorganizzando, ampliando, rafforzando e il nome Olivetti è diventato una bandiera che onora il lavoro italiano nel mondo. Questo riconoscimento ci riempie, è vero, di orgoglio. Se nella quinta strada a New York la Olivetti è il simbolo più significativo di progresso accanto al grande palazzo delle Nazioni Unite, accanto ad altri moderni edifici, se in tutte le parti del Commonwealth britannico, in Canadà come in Australia il nome Olivetti e con esso quello di Ivrea è tenuto in alta considerazione, voi avete il diritto di chiedere e sapere: qual’è il fine? Dove porta tutto ciò?”.

E riportarne anche la coda, ove riesce con un non banale e laico messaggio di auguri ad estrinsecare la sua tribù nello spettro più ampio ed ecumenico del superiore bene comune. “Amici lavoratori della ICO, della OMO, della Fonderia, dei Cantieri, volgendo al termine di questo lungo messaggio permettete che io vi ricordi un messaggio più alto, che vecchio di duemila anni accende domani, su tutta la terra, il cuore di tutti gli uomini di buona volontà, per la salvezza e la redenzione del mondo. Ritornando tra poco alle vostre case vogliate portare alle vostre madri, alle vostre spose, ai vostri figli la speranza in un destino più alto e più lieto, il sereno conforto di una parola di amore e di pace. Con la pienezza di questi sentimenti mi è caro augurare a voi tutti e ai vostri cari qui vicini o in terre lontane, Buon Natale e Buon Anno Nuovo”.

Infine per concludere, stralci del discorso, di seguito: il contenuto minimo che la cassetta degli attrezzi di ogni imprenditore dovrebbe contenere. Un formativo codice etico. Siatene illuminati.

  • “E voglio anche ricordare come in questa fabbrica, in questi anni, non abbiamo mai chiesto a nessuno a quale fede religiosa credesse, in quale partito militasse o ancora da quale regione d’Italia egli e la sua famiglia provenisse”
  • “Talvolta, quando sosto brevemente la sera e dai miei uffici vedo le finestre illuminate degli operai che fanno il doppio turno alle tornerie automatiche, mi vien voglia di sostare, di andare a porgere un saluto pieno di riconoscenza a quei lavoratori attaccati a quelle macchine che io conosco da tanti anni”
  • “Tutta la mia vita e la mia opera testimoniano anche – io lo spero – la fedeltà a un ammonimento severo che mio Padre quando incominciai il mio lavoro ebbe a farmi: «ricordati – mi disse – che la disoccupazione è la malattia mortale della società moderna; perciò ti affido una consegna: tu devi lottare con ogni mezzo affinché gli operai di questa fabbrica non abbiano da subire il tragico peso dell’ozio forzato, della miseria avvilente che si accompagna alla perdita del lavoro»”
  • “Mi illudo perciò di non avere ignorato le vostre aspirazioni, i vostri desideri, i vostri bisogni. Poiché i vostri dolori, le vostre sofferenze, e i vostri timori e le vostre speranze sono da sempre le mie”
  • “Ho sempre saputo, fin troppo bene, come errori e debolezze e manchevolezza avrebbero potuto ripercuotersi dolorosamente sopra tutti, come la mia forza e il mio sforzo erano fin troppo legati al vostro avvenire”
  • “E questa duplice lotta nel campo materiale e nella sfera spirituale – per questa fabbrica che amiamo – è l’impegno più alto e la ragione stessa della mia vita. La luce della verità, usava dirmi mio Padre, risplende soltanto negli atti, non nelle parole”

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