A gennaio ricevo all’interno della mia piccola organizzazione, fulmine a ciel sereno, due dimissioni. Senza apparenti spiegazioni. Senza motivazioni, così, via. Mai un segnale, sintomo, niente.

Con i miei soci ho cominciato a riflettere per capire dove avevamo sbagliato. Perché è saggio pensare che, più che mai sul lavoro, il pesce puzza sempre dalla testa. Contemporaneamente, e da più parti, sento che il fenomeno è abbastanza diffuso: dimissioni, inattese e quanto mai immotivate; se non genericamente, ma neanche più di tanto, dalla voglia di cambiare. Nel mio agire professionale, senza riferirmi troppo alle cronache sui quotidiani o riviste specializzate, ho tratto e continuo a trarre conclusioni di spicciola psicologia del lavoro o di fenomeni economici.

In questo caso, quello che è successo mi ha fatto pensare che il covid avesse colpito non solo in ambito sanitario, ma anche sul contesto lavorativo. In che modo? Con una generalizzata voglia, necessità di cambiare il contesto lavorativo, all’interno di una più generale sferzata alla propria vita post pandemia. Il fenomeno pare abbia un nome e sia di dimensioni globali: burn out. Mai sentito nominare in vita mia, in primis per la poca attrazione per il vocabolario inglese, sostitutivo della lingua italiana.

Di cosa parliamo? Non vorrei arrogarmi competenze psicologiche che non sono mie, ma parliamo in generale di stress lavorativo, avente le seguenti dimensioni:
– deterioramento dell’impegno nei confronti del lavoro
– deterioramento delle emozioni originariamente associate al lavoro
– un problema di adattamento tra la persona ed il lavoro, a causa delle eccessive richieste di quest’ultimo
– fuga dal lavoro

Ora, se riuscite ad immaginare come possa avere influito il problema covid sulla vita emotiva del lavoro, beh io credo che non sia difficile fare due più due: due anni di pandemia, associate ad una ripartenza lavorativa a razzo per recuperare il tempo perduto. Si aggiunga, secondo il mio non modesto ma personale punto di vista, la grande truffa di un problema pregresso: la grande truffa del progresso tecnologico.

Nelle intenzioni di tutti, la tecnologia avrebbe migliorato la qualità della vita. Ahimè, non è andata così. Il tempo che la tecnologia dagli anni ’70 ad oggi ci ha fatto risparmiare, noi non lo abbiamo investito in qualità della vita, ma in maggiore produttività: abbiamo risparmiato tempo che abbiamo riempito con altro lavoro. Per giungere ai giorni nostri, chiamatelo burn out o esaurimento da lavoro, abbiamo i nostri collaboratori che schiattano per questo mix terribile, truffa tecnologica e covid. E uno dei fenomeni è la ricerca di nuovi paradisi del lavoro, inesistenti, perché una scrivania sarà sempre una scrivania, un computer idem, altrettanto un capo.

Che fare? Mah…. intanto, si parla tanto di digitalizzazione, una scia che va sicuramente sfruttata. Avendo però nelle coordinate, per la sua scelta ed applicazione ai contesti lavorativi, la necessità di cambiare in meglio la qualità del lavoro e della vita. Non bisogna reiterare la truffa tecnologica del dopoguerra.

Poi, un intervento psicologico per operare tra le scorie che il burn out sta generando nei vostri ambienti di lavoro. Proseguendo nell’intento di non voler fare un mestiere non mio, alcuni argomenti sui quali invito responsabili del personale o imprenditori a porre l’attenzione (ad evitare o attenuare il fenomeno) sono i segnali di fumo:
– carico di lavoro
– i vostri collaboratori manifestano mancanza di controllo
– mancanza di riconoscimenti
– mancanza di senso di comunità
– assenza di equità
– l’organizzazione manifesta valori contrastanti, non chiari, addirittura inesistenti
– atteggiamenti negativi dei vostri collaboratori verso i clienti/utenti, verso se stessi, verso il lavoro
– calo della soddisfazione lavorativa, dell’impegno verso l’organizzazione
– aumento dell’assenteismo
– aumento del turn over
– calo delle prestazioni, della qualità del servizi, della soddisfazione lavorativa

E pensare che la prima volta che ho sentito parlare di burn out, ho associato questo alla canzone e ai vari ritornelli “….is on fire” che di questi giorni spopolano; pensavo a qualcosa che al contrario bruciasse l’impegno delle persone. Quasi da andare in ufficio e gridare a tutti saltando sulla scrivania: burn out!

Che figura di m…mannaggia all’inglese!

One thought on “La sindrome del “burn out” sul lavoro colpisce sempre più persone”

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