Polemista, nella testa vi deve entrare questa parola. Deve entrare nel vostro habitus mentale e comportamentale. Sin da quando siete in età di capire qualcosa. Pesare ogni parola del vostro occasionale interlocutore. Ad una ad una, senso per senso. Ed immaginare sempre un possibile contrario.

E se non dovete essere palesemente polemici ogni volta che qualcuno parla, altrimenti diventate antipatici a tutti che vi eviteranno come la puzza, allora allenatevi con voi stessi, come giocare a scacchi. O trovate un partner altrettanto polemista come preparatore di polemica. Io personalmente ho passato notti con amici davanti al bar, a dire cazzate, a dire tutto ed il proprio contrario, nel giro di qualche minuto, ben assistito da altri eminenti professionisti della polemica come me.

Ma d’altronde, quando manca l’impegno femminile e lo sport è fatica, il cazzeggio è di rigore. Il nostro era intellettuale: la polemica fino alle 5 del mattino. Su ogni cosa. Da lì nasce un bello spirito critico che, ripeto, solo ogni tanto si appalesa, ma il più delle volte, non richiesto o per convenienza sopito, rimane nella palestra delle personali riflessioni. Godo anche del fare polemica fra me e me!

Dicevo polemista: etimologia del termine (giusto per dare le dimensioni del tipo di attività che vi suggerisco), deriva dal greco, lottatore. Ah no? Se siete polemisti siete nella lotta. E chi è nella lotta è sempre dalla parte del giusto.

Digitando su Google la prima definizione che esce: “Autore di scritti polemici; persona animata da una combattività che va dal vivace al risentito, nell’ambito di rapporti non necessariamente culturali”.

Ehi tu, supino e timido, parlano di come dovresti essere. Sii combattivo! La Treccani chiosa nella sua accezione positiva: “Essere in polemica con qualcuno o qualcosa, opponendo vivacemente (attraverso scritti o anche in pubblici discorsi) le proprie ragioni a quelle di un reale o ipotetico avversario”.

Ma insinua che esiste un lato negativo del polemista: “Uso: smettila di polemizzare su tutto!”. E qui chioso io: come dicevo in precedenza, sii sempre polemista, ma se hai la sensazione di strafare superando il limite, fallo tra te e te, allenati alla lotta. Proseguendo su Google, e nell’analisi del Dizionario, il Sabatini Coletti mi sembra più orientato a una definizione critica della figura del polemista: “Contestare ogni cosa puntigliosamente. Uso: smettila di polemizzare; ha l’abitudine di polemizzare su tutto”

E allora? Cosa c’è di male o di sbagliato nel polemizzare, e su tutto? Il dizionario di Repubblica si limita a una definizione di polemista più sobria, quasi democristiana: “Autore di scritti, di discussioni polemiche. Chi ama la polemica”. Detto del polemista nelle definizioni, diciamo che non costa nulla un consiglio per strutturare il polemista che è in noi. Se vogliamo strutturare il nostro essere polemisti, e da semplici amatori diventare professionisti, beh allora è necessario un salto di qualità: Il polemista come attore di retorica.

Adelino Cattani all’Universita di Padova insegna teoria dell’argomentazione. Non voglio dire che dobbiate frequentare un corso universitario, ma leggere un libercolo che ha scritto sì. Adelino Cattani: “Botta e risposta. L’arte della replica”, Edizioni Il Mulino.

Ci insegna che il suo polemista è persona che discute, valuta pro e contro, difende la sua opinione, attacca e ambisce a che la controparte la accetti. È un antagonista. Civilizzato, ma antagonista. La sua guida è una summa di strategie della polemica, con tanto di tecniche ed espedienti per vincere, non per partecipare. A questo fine traccheggia tra il cooperare e il competere, a seconda di quanto la strategia e l’avversario impongano. Per lottare e possibilmente prevalere.

Fornisce un vero decalogo del polemista: non un manuale di guerra, come all’apparenza potrebbe sembrare, ma una guida al dibattito, acceso, sentito, sicuro strumento di libertà, prima di tutto intellettuale.

Per invogliare, ecco un estratto: “In uno scontro agonistico, due sono gli obiettivi principali dei singoli contendenti: dare prova della superiorità della propria tesi e delle proprie capacità dialettiche. Chiamiamolo processo di autovalutazione. Mettere in difficoltà l’avversario, facendone emergere le contraddizioni e i punti deboli. Oppure, più banalmente, distraendolo, sorprendendolo, disorientandolo o irritandolo. Chiamiamolo processo di eterosvalutazione. In considerazione del fatto che spesso l’uditorio è motivato più dal desiderio di vedere chi la spunta più che dalla voglia di capire, i due risultati si possono ottenere con una varietà di mezzi e di mezzucci, tra i quali il più comune è l’ampliare o il restringere la portata delle affermazioni e comunissimi sono il rispondere senza rispondere, l’utilizzo di tattiche dilatorie o diversive, l’impiego di fallacie e di colpi bassi e di tutte le altre forme possibili di mistificazione”.

Che dire, troppo caldo, ma già mi viene voglia di polemizzare con il nostro Adelino. Per il momento cerco il mio vicino di ombrellone e lo trascino in polemica, sperando che sia interista: vincerei a mani basse.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.