Mi hanno fatto sentire l’ennesimo arrangiamento di una canzone molto conosciuta (“The sound of Silence”), che amo profondamente. Ed è sempre rischioso, per i puristi come me.  Ma questo arrangiamento non solo mi è entrato in testa e nel cuore, ma ha scaturito un turbinio di pensieri, che sono ora a condividere “sperando di fare cosa gradita”, come dicevano gli antichi.

Il silenzio si sa, può essere assordante. Apro con una verità scontata, trita e ri-trita, un ossimoro già sentito, così mi tengo il meglio per dopo. Ma soprattutto perché, per quanto ormai appunto sia un luogo comune, è potente e dice tanto.

Dice tanto dell’impotenza, della rabbia che si genera quando andiamo in cerca di risposte, di confronto, di sostegno, di comprensione o di dialogo e riceviamo invece un muro di silenzio in risposta. Dice tanto di quanto questo ci faccia sentire piccoli, insignificanti, trasparenti. Ecco perché il silenzio è assordante, ingombrante. È una battaglia contro i mulini a vento. Può essere la risposta messa in campo da persone definite da Simon & Garfunkel come: “People talking without speaking, People hearing without listening”. Persone che non ascoltano, non sono interessate al dialogo, perché pensano di avere già dentro di loro tutte le risposte di cui necessitano. Persone che parlano nel loro interesse, senza tener conto del punto di vista degli altri, o che addirittura alzano un muro di silenzio per non esporsi. 

“Fools said I, you do not know. Silence like a cancer grows”. È vero. Quante delle nostre relazioni o dei nostri rapporti, di qualsiasi genere, sono rinsecchiti o ancor peggio marciti perché ci siamo trincerati dietro ai silenzi? Perché abbiamo preteso che gli altri interpretassero i nostri silenzi. O ancor di più, perché in quel momento opporre un muro di silenzio ci sembrava il modo migliore per attirare l’attenzione su noi stessi? Quante volte ci siamo detti: “Se solo ne avessi parlato, sarebbe stato tutto più semplice”, A volte parlare spaventa, perché occorre aprirsi, svelare e mettersi in gioco. Ma il silenzio può rivelarsi un cancro, che attecchisce e distrugge.

Il silenzio è anche introspezione, Per questo a volte è così difficile affrontarlo: perché è difficile guardarsi dentro, non si sa mai cosa si può trovare. “Hello darkness, my old friend. I’ve come to talk to you again”. E se quello che troviamo non ci piace? Credo sia esperienza comune il fatto che spaventa maggiormente affrontare noi stessi, con le nostre paure ed i nostri fantasmi, piuttosto che affrontare gli altri. A volte conosciamo persino meglio gli altri di noi stessi, perché ignoriamo i meccanismi che ci guidano. Questo perché appunto, sono meccanismi. Ma se ci si trova da soli, in un contesto silenzioso, è inevitabile rivolgere lo sguardo verso sé stessi. 

Ma il silenzio è anche pace. “No one dared disturb the sound of silence” Una fuga dal logorio della vita moderna. Quante volte stanchi di telefonate, di colleghi che parlano, clienti che chiedono, persone che si lamentano o che strillano, sogniamo di fuggire in un luogo silenzioso, magari immerso nella natura. Un contesto ovattato che ci protegga dal cosiddetto “casino” della quotidianità? Nel silenzio mettiamo ordine ai nostri pensieri. Nel silenzio rallentiamo l’incessante incedere della nostra mente. Nel silenzio concediamo a noi stessi un reset, una pausa rigenerante. Un momento di estraniamento per ricaricarci.

Sono ora a chiudere questa riflessione correndo il rischio di incorrere nella banalità, come accaduto in apertura. Ma sono sicura che non sarà così. Il brano può risultare scontato, visto l’argomento, ma la versione e l’interpretazione non credo assolutamente che lo siano. Sarei curiosa di sapere quanto di voi conoscono questa canzone in queste “vesti”. Buon ascolto e mi raccomando: fate silenzio soltanto nel rispetto della musica, ma abbiate il coraggio di romperlo quando necessario per far bene a voi stessi!

Articolo a cura di Cinzia Costi

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