È riemerso un antico murale sul Vangelo nei sotterranei vaticani, proprio sotto l’altare principale della Basilica di San Pietro, al di sotto del Baldacchino berniniano. Si tratta di graffiti oggi non più visibili, tracciati sulle pareti di un mausoleo della necropoli romana. Illustrano i profili delle teste di Gesù e di san Pietro e, accanto, brevi parole in greco che richiamano momenti chiave della missione terrena di Cristo: catabasis, anabasis, anastasis e dexi(o)stasis, ovvero discesa agli inferi, ascensione, resurrezione e “siede alla destra del Padre”.

La scoperta si deve all’archeologa fiorentina Margherita Guarducci, nata nel 1902 e morta a Roma nel 1999, considerata oggi una delle massime epigrafiste del Novecento. La sua carriera fu eccezionale: ricercatrice a Creta, a 29 anni già ordinaria di Epigrafia e antichità greche alla Sapienza di Roma, direttrice della Scuola nazionale di archeologia e, dal 1956, membro dell’Accademia dei Lincei. Negli anni Cinquanta fu anche protagonista del celebre ritrovamento delle reliquie attribuite a san Pietro, negli stessi sotterranei dove altri studiosi avevano scavato senza risultati.

Questa testimonianza sul murale non sarebbe riemersa senza l’iniziativa di un sacerdote spagnolo, don Alfredo Fernández Martín, oggi settantenne, che negli anni Novanta conobbe la Guarducci, parlò a lungo con lei e ricevette dalle sue mani il suo libro del 1953, Cristo e san Pietro in documento precostantiniano della necropoli vaticana. Secondo don Alfredo, quel volume è rimasto troppo nell’ombra e merita oggi una nuova attenzione, soprattutto in tempi in cui si torna a riflettere sul Concilio di Nicea e sulla preghiera del Credo.

L’approssimarsi del 1700° anniversario del Concilio niceno (325–2025), durante il quale papa Leone XIV sarà in visita in Turchia e Libano, rende questa riscoperta ancora più attuale. Il murale risale a un periodo compreso tra la fine del III e l’inizio del IV secolo ed è tracciato sullo stucco di una nicchia sepolcrale pagana nella vasta necropoli sotto San Pietro, a una ventina di metri dal luogo della sepoltura dell’apostolo.

La Guarducci descriveva con entusiasmo la “meraviglia” della testa di Cristo, sormontata da una figura sorprendente: due uccelli uniti in un unico corpo, simbolo della fenice che risorge dalla morte. A suo giudizio, l’artista volle rappresentare il momento stesso della rinascita, un’immagine simbolica della palingenesi: Cristo come Fenice, emblema della resurrezione e della vita eterna. Attorno alla testa di Gesù compaiono le quattro parole greche che, secondo l’archeologa, riflettono direttamente gli insegnamenti della Chiesa e anticipano parti del Credo.

La fama della Guarducci è legata anche alle indagini avviate nel 1939 da Pio XII, che portarono Paolo VI, nel 1968, ad annunciare ufficialmente il ritrovamento dei resti attribuiti a san Pietro. I frammenti ossei furono conservati dal Pontefice nella cappella privata fino al 2013, quando papa Francesco li espose pubblicamente e, nel 2019, ne donò una parte al Patriarcato di Costantinopoli come segno di unità tra gli apostoli Pietro e Andrea.

La storia di questa straordinaria studiosa è stata ricostruita di recente nel libro di Tiziana Lupi La tomba di san Pietro. La storia dimenticata di Margherita Guarducci (Minerva, 2025), premiato con il Rapallo nella sezione “Costume e saggistica”. Una meritata rivalutazione della sua figura.

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