Anche soltanto una singola pianta inserita in un ambiente può aiutare a controllare stress e ansia. A dimostrarlo sono alcune ricerche effettuate dall’American Psychological Association in ospedali, scuole e luoghi di lavoro che hanno dimostrato come tutto ciò che ci sta intorno impatti sul nostro umore e, di conseguenza, sui nostri corpi.

Gli input percepiti, ciò che vediamo, ascoltiamo e sperimentiamo ha il potere di cambiare non solo l’umore, ma anche il funzionamento del sistema nervoso, endocrino e immunitario.

Con il lockdown, ci siamo resi conto del privilegio di poter avere accesso uno spazio verde bello e ben curato, privato o pubblico che fosse. Ne è emerso che in Italia, o generalmente in Occidente, gli spazi naturali fruibili non siano sufficienti. In questo sta la grande missione di riportare la natura tramite la giusta progettazione dei giardini moderni.

Ma come si definisce un progetto “moderno”? Perché sia tale, non è sufficiente che sia stato progettato di recente, ma va inserita nel suo contesto la contemporaneità. Il termine moderno si identifica con il periodo modernista e successivamente il post-modernista. Il primo voleva essere una rottura all’ordine esistente, un’innovazione, il “less is more” che rifiuta ornamento e decorazione. Il secondo, a sua volta, sfidava la corrente precedente. Negli anni più recenti, nell’arte del giardino si è sperimentato molto, portando spesso a un rifiuto della natura stessa vista come un elemento potenzialmente pericoloso.

In Oriente, invece, ci si ispira ancora alla progettazione tradizionale del giardino, dove quest’ultimo rappresenta la natura che fin dai tempi più remoti è considerata sacra.

Per gli scintoisti, ad esempio, i sacri poteri (Kami) provengono da luoghi naturali. La forma primordiale del giardino era quindi il punto di contatto dell’uomo con la divinità. Il giardino era il luogo in cui incontrare il divino diventava possibile. I templi shintoisti venivano (e vengono tuttora) recintati con un “sacro recinto” e il terreno al suo interno viene considerato il santuario stesso. (Nella tradizione, il recinto sacro circonda l’architettura di legno del Tempio).

Come trovare un punto di incontro tra queste due correnti? E come trasportare un po’ di Oriente nella progettazione contemporanea? In Occidente si dovrebbe lasciare più spazio alla natura, per poter ritrovare il benessere offerto dal giardino.

Immaginiamo di essere immersi nella natura, in un orto da noi creato. Immediatamente la paura, la rabbia, lo stress, vengono abbandonati “fuori dal recinto”, il nostro orto aumenta sentimenti benevoli. Respira la natura, inala, esala. Si sente il caldo che proviene da oltre il taglio dell’ombra dato dalla tettoia, si sente il profumo pungente delle piante aromatiche, un sentore di lavanda e il ronzio delle api.

La soddisfazione che provi mangiando i frutti della terra che tu stesso hai coltivato, la fatica del lavoro che viene ripagata. I muscoli che si rilassano dopo lo sforzo. Il tempo trascorso nella natura o la visione di scene naturali aumenta la nostra capacità di prestare attenzione. Poiché gli umani trovano la natura intrinsecamente interessante, possiamo naturalmente concentrarci su ciò che stiamo vivendo nello spazio naturale. Questo fornisce anche una tregua alle nostre menti iperattive, rinfrescandoci per nuovi compiti.

Non a caso l’atto di rastrellare la ghiaia nel giardino zen ha funzione estetica, ma è anche un esercizio che i monaci praticano per trovare la concentrazione. Si cerca di raggiungere la perfezione della linea e, concentrandosi sul solco e sull’ambiente che ti circonda, ci si dimentica dei propri problemi, si è più vicini alle altre persone e si vuole curare la nostra realtà. La natura ispiri sentimenti benevoli: sentimenti capaci di legarci gli uni agli altri e persino al nostro ambiente.

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