“Il finale che non doveva essere scritto” è l’opera prima di Isabella Piccinini. Uscito da poco, editore “Terra marique”, fa parte di una collana dedicata a “I delitti della Via Emilia”, che racchiude racconti thriller ambientati lungo una delle vie più antiche d’Italia.

Io e Isabella ci conosciamo da sempre, praticamente. Da quando entrambe volevamo fare le archeologhe e sotterravamo qualsiasi cosa, per poi dissotterrarla giorni dopo e vivere l’emozione di riportare alla luce pezzi di storia passata. Anche se nei nostri ritrovamenti di storia c’era poco, soltanto quella alla quale la nostra prof. di lettere ci aveva fatte appassionare.

Siamo molto diverse: lei è sempre stata pragmatica e decisa, ha saputo trarre il meglio da ciò che la vita le ha offerto, non senza farsi il cosiddetto “mazzo”. Io mi sto ancora facendo il mazzo, ma sono un tantino più indietro, complicata e sconclusionata. Io sono più sensibile e romantica, lei è da sempre quella che mi riporta a terra. Io ci metto poco a trarre conclusioni, lei conclude. Eppure da sempre le nostre diversità non ci hanno impedito di mantenere vivo un legame, anche quando la vita ci ha portate ad allontanarci.

Abbiamo una passione in comune, a parte i Backstreet boys: la scrittura. Lei ama scrivere libri, io non credo di essere fatta per opere lunghe e mi limito alle battute della scrittura digitale. Ma entrambe sappiamo cosa si prova nel farlo. Entrambe amiamo leggere e magari vedere la carta trasposta in serie televisive. Entrambe cerchiamo di far convivere questa passione con il lavoro e con la famiglia. Sognando un giorno di trasformarla in qualcosa in più.

“Il finale che non doveva essere scritto” è un libro avvincente, le cui parole si articolano “senza tante balle”, come diremmo noi. Racconta l’essenziale, non si dilunga, ma ti tiene lì. Dentro a quel centinaio di pagine c’è tutto: il thriller, il poliziesco, il romanzo, la storia d’amore e tanto della nostra terra. Racconta di un ambito che Isabella conosce bene: vicissitudini relative a malviventi, Polizia Penitenziaria e agenti di Questura. Lei è avvocato, seppur civilista, bazzicando quotidianamente i tribunali, anche le realtà dell’altra parte le sono note.

C’è un intreccio di vite in questo racconto, che si dipana e chiarisce man mano che le pagine scorrono. Non c’è fretta, ma non ci si dilunga nemmeno. Credo che l’autrice abbia trovato davvero un giusto equilibrio: ci lascia col fiato sospeso, quel tanto che basta. Ci dice qualcosa, ma non tutto. Lascia intuire, ma no: il colpo di scena arriva e come. Giuro: non mi ha pagata per scrivere queste cose, ma posso dire che è uno di quei libri che non vorresti finisse già dopo le prime trenta pagine, quando ancora ne mancano ottanta.

Ed è uno di quei libri che potrebbe suscitare un po’ di rabbia, un senso di ingiustizia (e per essere scritto da un avvocato capite che è tanta roba!). C’è tutto: il cattivo- ma-non-troppo, il cattivo, il colpevole ed il presunto colpevole, gli innamorati, la mamma rompi scatole…e le nostre colline. L’Emilia. 

Sarà che è così raro leggere dei nostri luoghi, sarà che c’è tutto ma senza scadere nel clichè. Sarò anche di parte, ma credo che sia una perfetta lettura per la canicola estiva. Io ho già anticipato all’autrice che aspetto il seguito, ma io sono la parte impulsiva, lei è più razionale e so che sa già cosa fare.

Permettetemi di concludere con un omaggio alle scorribande della nostra adolescenza, che c’entra poco, ma ci sta:

A cura di Cinzia Costi

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