Mio padre la domenica si concede due passi in montagna, per lui una vacanza vivisezionata e venduta al mercato nero appenninico.

Spesso torna con quelli che ad un occhio inesperto sembrerebbero banali sassi – macigni più che altro – ma che per lui sono tesori minerali o ricordi fossili. Non ho mai capito cosa ci trovi di tanto meraviglioso nel mondo speleo-paleo-archeologico, ma due sono i concetti che credo abbiano un fascino non trascurabile: l’ordine – appartenente al mondo dei minerali – e il resto – concetto intrinseco nell’essenza del fossile.

La composizione chimica del minerale è atomicamente ordinata e ben definita, ma non fissa: mantiene quel pizzico di pepe che permette di sognare, ma lo usa per condire una base studiabile e prevedibile che apporta la giusta dose di sicurezza – utile quando si entra di straforo in una miniera abbandonata. 
Il fossile è di per sé invece, resto di qualcosa del passato – un qualcosa che non era ancora pronto a scomparire per sempre. Un fossile è la testimonianza del fatto che morte e abbandono non siano una diade inscindibile.

Oggi vengo a sapere che domenica ha portato con sé nello zaino una septaria di 18 kg, ma l’ho visto portare con sè rocce di dimensioni di gran lunga maggiori, ho visto gonfiarsi le vene sulle sue tempie fino a temere che esplodessero, l’ho visto piegarsi alla quasimodo e barcollare senza mai neanche fermarsi a pensare di lasciare quel tesoro appena scoperto.

Tutto per lo scheletro di un qualsivoglia moscone preistorico, quasi come se fosse rimasto lì milioni di anni per essere trovato proprio da lui e che ora non potesse lasciarlo ad un destino ignoto – la terra mittente, lui destinatario e quel pezzo di roccia il messaggio criptato.

Una semplice mosca, magari entrata in una caverna con un perfetto tonneau completo – da fare invidia alle frecce tricolori – e mai più riuscita ad uscire. Una mosca e nulla più – avrebbe detto Poe. Penso alle mosche oggi e alla verve – propria di un gruppo di teste di cuoio pronte per il blitz della vita – con cui sbattono contro i vetri di casa che, bisognosi di una passata di Vetril, non sono propriamente invisibili.

Che poi ti ci metti anche tu, a provare ad aiutarle, scatenando un impeto di manate all’aria, con uno stile proprio di un Bud spencer dell’altra sponda, ma a nulla serve. Un gesto semplice, una mancata virata durante un volo e la mosca si trova catturata in una ragnatela di mattoni.

E chissà che un padre, un domani lontano milioni di anni possa trovare le mosche che scacciamo noi tutti i giorni. Milioni di anni per trasformare il fastidio di un ronzio in stupore per la scoperta.

A cura di Antonio Floriani

2 thoughts on “Il fascino dei fossili”

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