Sono passati 2500 anni dal celebre dialogo Platonico che vede riuniti Fedro, Pausania, Erissimaco, Aristofane, Agatone e Socrate in un G7(-1) dedicato all’amore: personaggi più che persone, maschere simboliche di tipologie di uomini – politici, medici, filosofi, commediografi che sostituiscono i maggiori stati economicamente avanzati in un summit di fantasia.

Un incalzante alternarsi di elogi ad Eros, nelle sue diverse sfumature, percepite come “più vere” da ognuno dei commensali: il mito di Alcesti, il binomio tra Pandemio e Uranio, gli androgini e la ricerca della propria metà persa, amori etero- amori omo-, l’estetica, la bellezza.

Ma è con le parole di Socrate, ultimo oratore, che franano le immagini scolpite nella nostra mente dai precedenti commensali e ci appare una verità ontologica: Eros ha la figura di un mortale sgraziato, povero e scalzo; e questo è necessario, in virtù del fatto che si ama ciò che non si ha ed Eros è desiderio eterno di possesso del bello. Eros sembra cedere il posto all’Agapè – l’amore smisurato che si reifica nel dono disinteressato, caritatevole.

Oggi tendiamo a comprimere la carità nella stretta visione del lancio di una moneta verso il logoro bicchierino di un clochard, quando invece è un concetto che si può estendere a qualsiasi azione – perfino l’identità infatti, è un dono: conoscere e riconoscere come manifestazione di amore disinteressato.

La giornata mondiale della carità cade il 5 settembre, data della scomparsa di Madre Teresa di Calcutta – premio Nobel, beata e santificata poi da Papa Francesco – una persona che non solo ha conosciuto e aiutato i “più poveri tra i poveri”, ma li ha riconosciuti come singole ed uniche identità, persone sotto stratificazioni sedimentate di polvere e delusioni.

Madre Teresa alla Casa Bianca riceve dal presidente Ronald Reagan la medaglia presidenziale della libertà – wikimedia

La carità si fa con le mani, mani tese verso altre mani, non quelle che un giorno reggono un dépliant del 5×1000 e il giorno dopo firmano petizioni per uno sgombero, ma quelle che rischiano di sporcarsi per reggere altre mani più deboli, mani che non lo raccontano, mani che lo fanno in silenzio.

La carità è forse quella bellezza in sé che sta alla fine della scalata socratica, gradino e allo stesso tempo premio e ancora strumento per sfondare le barriere dell’iperuranio.
Un nuovo sbarco sulla luna, una nuova conquista per l’uomo, raggiungibile attraverso la propulsione dell’amore incondizionato e della carità gratuita.

Per non finire come l’Alcibiade ubriaco che irrompe nel Simposio, pronto a dimenticarsi di Eros e sostituirne l’elogio con una povera e democristiana leccata nei confronti di Socrate.
Per non lasciare che l’amore per qualcuno sostituisca l’amore in sé.
Per essere veri amanti, ricordiamoci di essere caritatevoli.

Di Antonio Floriani

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