Sottoscriviamo le parole di Martin Luther King. “Non ho paura della cattiveria dei malvagi, ma del silenzio delle persone per bene”.

Non c’è bisogno di parole dotte, nè di filosofie complicate o studi approfonditi. Bastano quelle semplici, 14 se le ho contate bene. Certo, non dobbiamo soffermarci sul chi decide chi debbano essere le persone per bene: è sufficiente pensare che stiamo parlando di uomini e donne normali, che si rapportano con noi tutti i giorni.

Nasce un universo di pensieri, una riflessione accesa, un dibattito tutto interiore addosso a questa semplice sollecitazione. La si può chiudere con un “banale, chiara, che altro aggiungere”. La si può prendere di petto e raccontarla, spiegarla, partendo dal concetto di resilienza nei suoi due utilizzi. Quello flash, grande dote: prendi una legnata, ti pieghi ma non ti spezzi, poi riparti rialzandoti. Quello di lunga scadenza: nulla di peggio che essere resilienti sempre, assorbire tutto quanto di negativo ci capita, sopravvivere come giunchi al vento, mai spezzarsi, ma subire sempre.

Purtroppo, in negativo, la resilienza è la dote più praticata nelle società civili, siano esse a conduzione non democratica o, ancora peggio, a democrazia matura. Siamo resilienti, ad esempio, nel momento in cui ci sbattono sui denti qualsiasi iniqua rappresentazione legislativa. Ma poi ci fermiamo li. Non siamo nemmeno capaci di reagire, prova ne sia il fatto che una tendenza indichi l’abbandono dell’abitudine al voto.

Diventiamo resilienti di lungo corso, ci va bene tutto, non abbiamo nessuna forza e voglia di alterare il nostro spirito critico: dormiente, sopito e drogato. Se non fosse banale, verrebbe da dire “costretti nel nostro piccolo o grande egoismo”.

Certo, non si può nemmeno immaginare che l’alternativa alla resilienza sia sempre una rivoluzione o la sovversione. Vogliamo anche chiarire che queste parole poco debbano avere a che fare con ambiti politici o religiosi. Ho come finalità solo qualche consiglio di auto management, utile a se stessi e perciò alla società civile.

Sarebbe bello se, tornando alle semplici parole di King, le persone perbene trovassero, o ritrovassero, il gusto di parlare, essere presenti, esprimere, rappresentare le proprie opinioni, In qualsiasi contesto ne abbiano l’opportunità.

Solo così non lasceremo a pochi coraggiosi la responsabilità di garantire alla nostra società lo sviluppo etico. O diversamente a tanti arroganti la irresponsabilità delle cattiverie. Non resilienza, non resistenza, non rivoluzione: parlate, con una voce ferma, con un tono regolare, in piedi e con uno sguardo caldo. E fatelo spesso.

Giusto un paio di indicazioni per esercitarvi: Ligabue “Una vita da mediano”. Le parole, il calcio, la metafora della vita, giocate sempre e non tirate indietro la gamba. Un film, “Lawless”, un pò forte, ma prendete quanto di buono si possa prendere dal vecchio Forrest, indubbiamente non proprio un resiliente. O almeno non uno di lunga durata.

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