Quanto è difficile essere genitori in Italia?

Finalmente qualcuno inizia a parlarne, finalmente ci si accorge che il sistema scolastico, le strutture e, a mio parere, anche le forme di regolamentazione del lavoro dipendente, non sono adatte a supportare l’equilibrio tra genitorialità e lavoro.

Non sono certo un’esperta, ma sono una mamma lavoratrice arrivata ad un’amara conclusione dopo 9 anni di ansie, incastri e preghiere a Cerere: in Italia per poter fare figli servono soldi, oppure nonni.

Nonni disponibili, giovani, ma non troppo: devono essere già in pensione perché serve il loro tempo.

Eppure in Italia pare si tenda a far figli avanti, prima serve un lavoro, magari stabile. Una casa e magari un mutuo o, quando si è fortunati, si conta sull’eredità e sulle risorse delle famiglie di origine.

In Italia succede che si arrivi a fare un figlio con due stipendi mediocri. E’ notizia di non molto tempo fa che i salari italiani crescono meno dell’inflazione e cala quindi il potere di acquisto (Fonte Ocse & Il Post) per cui entrambe le entrate sono fondamentali per sopravvivere.

E, sempre in Italia, è facile imbattersi in storie come questa.

Due ultratrentenni decidono di “metter su famiglia”, come diciamo nella nostra splendida lingua, quasi che si tratti di prendere dei pezzi qua e là per unirli e tenerli insieme non si sa come. Provano a non focalizzarsi sui racconti terrifici degli amici che sono già passati da quell’esperienza, decidono di essere coraggiosi. Affrontano il loro progetto di genitorialità con consapevolezza ed un briciolo di spavalderia, perché altrimenti non lo avrebbero mai fatto.

Sanno di non poter contare più di tanto sull’aiuto dei nonni, troppo anziani o troppo lontani. Ma hanno una baby sitter di fiducia. L’unica cosa buona che la pandemia ha lasciato è stato svecchiare il sistema lavorativo regalando qualche giornata di lavoro da rmeoto qua e là, e poi c’è la scuola privata. Ottima preparazione, ma anche servizi accessori quali pre-dopo e post scuola.

(si, non è uno scherzo, si chiamano così). Tempo di scelte, rallentare non si può: servono entrambi gli stipendi full e fulltime. Poi c’è la pensione: già non è certa, se poi dimezziamo i contributi… Quindi optano per quella.

Poi arrivano le estati: la roulette russa dei campi estivi, una nuova emorragia per i conti bancari. Ma finchè va tutto bene, pazienza. Meno vacanze, meno cene fuori, meno vita mondana. L’importante è continuare a timbrare, dalle 9:00 alle 5:00 (ah no, magari, perché da noi c’è anche l’obbligo della pausa pranzo, minimo un’ora).

Poi arriva quello che sembra uno spiraglio: lo stato o meglio, qualche regione, capisce che è giunta l’ora di una svolta sulla scia di altri stati e di altre culture. “La scuola riapre 2 settimane prima”, quella pubblica almeno.

E i nostri genitori ultratrentenni pensano: “buon per loro, noi abbiamo i campi estivi almeno”

Agli sgoccioli delle ferie arriva una chiamata: “Siamo costretti ad annullare la seconda settimana di campo estivo, col fatto che le scuole riaprono prima ci siamo trovati con due soli bambini di cui uno è vostro figlio. Ci dispiace tanto, ma spero abbiate tempo per organizzarvi”

Panico

Più che panico sconforto.

Insomma, oltre al danno anche la beffa.

Nonostante abbiano fatto di tutto, abbiano rinunciato a tanto, si siano messi avanti per tempo, i nostri genitori, per i quali proviamo ormai un trasporto affettuoso, quasi una pena, si trovano a dover tamponare l’ennesimo problema inaspettato. A dover affrontare di nuovo le solite ansie e a dover rispondere anche ai propri sensi di colpa. Tanti. Perché si arriva a considerare il proprio figlio quasi come fosse un ingombro, un pacco da spostare qua e là, un soprammobile: “Ti metto lì sperando che tu possa star bene”.

Ma è davvero questo essere genitori? Vivere con l’ansia costante dell’organizzazione, dell’essere ovunque e sempre performanti? Desiderare di rallentare, senza poterlo fare. Provare ad essere presenti, ma senza essere sereni. Chiedersi costantemente: “Ma solo noi abbiamo questi problemi?” Pare infatti che gli altri non abbiano problemi nel lasciare che i figli frequentino sport a metà pomeriggio, che escano da scuola ad orario di pranzo e, udite udite, sembrano anche tirare avanti meglio di chi fa i salti mortali.

A volte mi chiedo se, in un paese democratico e moderno, non possa aver senso addirittura concedere stipendi più alti a chi ha figli, con il vincolo che la maggiorazione venga investita nella loro crescita. Ma forse non è una trovata esattamente democratica o inclusiva. Forse è divisiva nei confronti di chi figli non ne ha o non ne può avere. Allora lavorerei per rendere più semplice la vita ai genitori o in generale, a chi lavora. Siamo ancora col cartellino, le 8 ore e due ore di pausa pranzo. Ma possibile?? Siamo ancora con l’obbligo di presenza, ma possibile?

Ma dove andremo, se per fare figli bisogna rinunciare a vivere ed alla propria salute mentale. Sicuramente a schiantarci contro l’estinzione.

Questa canzone mi ha ronzato in testa mentre scrivevo, la musica non arriva mai per caso:

Di Cinzia Costi

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