Agosto 2016, la roccia del sottosuolo marchigiano si sveglia dal letargo e ruggisce vigorosamente, causando danni e perdite, destinate ad essere ricordate. I terremoti scandiscono il tempo, quello vero, non quello operazionalizzato sul quadrante che vestiamo sul polso. Scandiscono le ere, disgregano i pensieri, disilludono le persone.

Novembre 1755, un flusso di energia percorre la dorsale oceanica e, come un violento brivido sulla schiena, scatena incontrollabili convulsioni in tutta Europa: entrerà nella storia come il terremoto di Lisbona.
Insieme alla città caddero le certezze spirituali di molti credenti e sulle fresche macerie dell’ottimismo, quando ancora la polvere rendeva ciechi i propri passi, si innestarono le radici del pensiero illuminista.

La notizia, trainata dalla forza dello sgomento, raggiunse presto la Prussia, dove un Kant ancora anagraficamente immaturo si diede alla stesura dei suoi “Scritti sui terremoti”. Kant specifica il suo intento puramente scientifico-descrittivo nelle righe del testo e lascia la sfida di una narrazione commovente dei fatti a mani più esperte.

Ecco Voltaire con il suo “Candido, o l’ottimismo”, pronto a ballare sulla fine della convinzione di “vivere nel migliore dei mondi possibili”, con le stesse piroette grottesche e tragicomiche con cui si mosse Paolo Villaggio durante gli anni di piombo, portando qualche sorriso sulle facce degli italiani e, mi piace pensare, anche sul volto di mio padre, costretto a letto per una bronchite, ma questa è una storia di cui ancora non sono il narratore.

I terremoti non hanno giudizi e noi siamo afoni, ma non sordi, nei confronti delle loro domande. I terremoti distruggono solo ciò che è stato costruito. Gennaio 2010, la placca caraibica si muove di 4 metri – quando si dice fare due passi. La catastrofe devasta uno dei paesi più poveri al mondo, il meno sviluppato in tutto l’emisfero settentrionale: la repubblica di Haiti. Ricordo in modo nitido quelle immagini, come ricordo l’Abruzzo ad aprile dell’anno prima.

Ricordo di aver mandato uno di quei messaggi “umanitari” con i quali si donava qualche euro, detraendolo dal proprio credito residuo. “Grazie per aver contribuito, il suo aiuto è importante”, ricordo di aver risposto “Prego”. Quel giorno dovetti fare una ricarica. I terremoti sono tutti diversi, ma il moto umano che ne deriva è sempre convergente. Haiti dopo il terremoto affrontò anche un’epidemia di colera. Perché i terremoti, non amano la solitudine.

Marzo 2022, le ferite di Ascoli Piceno si stanno cicatrizzando. Durante il restauro della chiesa di San Tommaso gli operatori hanno rinvenuto decine di palloni da calcio, stanchi, e forse ormai dimenticati dai piccoli “Nino” Di Bartolomei che li calciarono – chissà se saranno ancora coraggiosi, altruisti e pieni di fantasia. Anche un modello del Mondiale del ’78. “Quello era vero calcio” tuonano gli esperti, siano da bar o da salotto televisivo, anche se non cambia molto.

Li ascolto, mi piace ascoltare chi parla di cose che non conosco. Mi piace che loro abbiano il ricordo di quegli eventi e riviverli nelle loro parole. Eventi che un pallone ritrovato è in grado di riportare alla luce. Ritrovamenti avvenuti grazie ad un terremoto. Perché il terremoto è memoria, solcata da falde in cui l’oblio è così visibile ma allo stesso tempo irraggiungibile, se non nel momento in cui due placche di ricordi collidano, mosse da una forza entropica, regalandoci nuovamente l’ombra di un passato.

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