Annosa questio, il nostro rapporto con la tecnologia, con la materializzazione di tutto ciò che prima era futuro lontano: a volte inimmaginabile ieri, oggi già in campo.
Un rapporto che, all’apparenza, risulta più agile alle nuove generazioni, meno ai dinosauri come me.
Già qui la prima riflessione porta a dire che per agilità si deve essere intendere accezione meccanica del rapporto, non certo nel senso di interazione razionale con le tecnologie. In questo senso e nel momento in cui il dinosauro supera l’ostacolo meccanico vedo un migliore senso del dialogo, sano, alla pari con le nuove tecnologie e senza timori reverenziali.

Per spiegare: sono più di trent’anni che mi relaziono con il cellulare. Nessun rapporto di odio, nessun rapporto di amore. Uso quelle poche funzioni che mi interessano. Ricevo un numero importante di telefonate al giorno, chiunque veda il mio rapporto con il telefono mi chiede come faccio, o quanto il cellulare mi rovini la vita. Rispondo con assoluta serenità che ho un rapporto molto disteso con il cellulare: ha migliorato indubbiamente la mia vita, ma non solo, per me è fonte di lavoro, quindi, stante che per vivere è necessario lavorare, applicando una proprietà transitiva: il telefono, alias, lo smartphone, per me è vita.

È però anche svago, ricerca, sentimenti, relazioni. Insomma, a volte mi domando come abbiamo fatto a vivere senza. Ma la cosa più importante da sapere, per spiegare il mio approccio: lo smartphone ha una funzione, il silenziamento della suoneria. Seconda cosa: lo smartphone non ha la forza di costringermi alla risposta quando non voglio, sono io che decido cosa deve fare lo smartphone per me, quando come e perché. Tutte le volte che schiaccio il tasto verde c’è un principio di consapevolezza e di adesione.

Ora, più per divertimento che altro, queste poche righe sullo smartphone. Ma anche per spiegare un approccio ragionato alla tecnologia. Non mi piace l’atteggiamento di coloro che vedono nella modernità, in ogni modernità, il diavolo. Tanti, troppi ancora. Un attentato alla sfera delle umane cose, materializzazione fredda ed irrazionale. E chi più ne ha più ne metta. Ora, vera una cosa: esiste un limite etico alla tecnologia, che poco riguarda noi mortali, e soprattutto queste mie righe. Massimi sistemi. Molto più modestamente, con queste righe ci limitiamo a spiegare che la tecnologia è cosa buona, a determinate condizioni.

Per assurdo, e capirete il senso leggendo, ha per me la funzione di amplificatore del mondo del nostro intimo, quello che la tecnologia, anche dovesse tentarne una duplicazione, non dovrà e potrà mai replicare. Ad esempio, prendiamo il dibattito attualissimo sull’intelligenza artificiale. Parto dalla conclusione: solo gli sciocchi sono determinati a una resistenza ottusa alle intelligenza artificiale. Ancora più sciocchi coloro che, intellettualmente più strutturati, individuano solo pericoli e rischi catastrofici per il genere umano. Molto più razionali dobbiamo essere nel giudizio, individuando nell’intelligenza artificiale uno strumento assolutamente compatibile e gestibile con la nostra quotidianità razionale.

Nel rispetto di questa sintassi: accendo l’intelligenza artificiale tutte le volte che migliora la qualità della mia vita, sia essa nella accezione lavoro che nella accezione di vita diversa dal lavoro. La qualità della vita che si intende tale nel momento in cui stiamo meglio, sia dal punto di vista dell’impegno, lavorativo, intellettuale e fisico. Ma soprattutto, tutte le volte che posso spegnerla, e in tutta serenità e con più tempo a disposizione mi posso dedicare ai miei irreplicabili sentimenti.

Allora ben venga l’intelligenza artificiale, ben venga tutta la tecnologia possibile, nel momento in cui riesce ad amplificare la qualità della vita intesa come accezione interiore e sentimentale. Nel momento in cui ci è consentito ricorrere a tutti i processi sentimentali grazie alle semplificazioni che la tecnologia rilascia alla nostra quotidianità. No all’approccio alle tecnologie totalizzante e dispotico, che non riusciamo a gestire, che ci costringa a rinunciare alle nostre risorse interiori. E allora, lo smartphone? Spento e fuori dalla camera da letto!

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