“Non ci è dato scegliere i nostri difetti, sono una parte di noi e dobbiamo accettarli. Possiamo però scegliere i nostri amici”

È una citazione tratta da Mary and Max, un film delicato ma intenso di Adam Elliot del 2009. Realizzato con la tecnica dello stop motion (quella di “Shaun the sheep” per intenderci), racconta una tematica sensibile e più che mai attuale, quella dei disturbi mentali. Ma non solo: parla di solitudine, come causa ed effetto degli stessi. Parla di come l’amicizia invece possa essere salvifica e distruttiva allo stesso tempo.

Mary è una bambina australiana, sola, seppur viva con i genitori. Sola perché non particolarmente bella, figlia non cercata di una madre alcoolizzata e depressa e di un padre apparentemente ed esclusivamente dedito al lavoro, probabilmente per sopravvivenza. Max è un ebreo originario dell’est Europa residente a New York. Con la tendenza alla sovralimentazione. Vive solo, in un quartiere di New York e si mantiene con lavori saltuari.

Entrambi hanno soltanto un amico/a, problematico/a come loro ma a modo diverso, con il/la quale parlano poco, ma del/la quale si fidano ciecamente. Per entrambi è questa amicizia a fare la differenza nei momenti cruciali, ad aiutarli nel momento di maggior bisogno. Entrambi racchiudono tanti degli stereotipi del mondo moderno. Persino i colori in questo film la dicono lunga: marrone e grigio la fanno da padrone. Nel descriverli si dice che Mary abbia gli occhi marrone fango. 

Diversità, amicizia e solitudine la fanno da padrone, accanto appunto alla tematica delle malattie mentali. Non aspettatevi però un film triste! È un film permeato da una sottile ironia, da una forte voglia di riscatto, da tanta determinazione. Quello che poi li fa diventare amici di penna e che fa sì che riescano a coltivare quel rapporto da remoto nonostante le distanze e le difficoltà.

Nel dipanarsi della trama, la depressione e le dipendenze della madre di Mary, travolgeranno Mary stessa. La sua famiglia bislacca, il suo essere “marrone fango”, ne causano una forte solitudine che l’amicizia con Max pare colmare, persino più di quanto non faccia il matrimonio con il vicino di casa di origini greche. Matrimonio che simboleggia il superamento non solo del suo stato di “essere sola” nonostante alla cerimonia gli unici parenti siano quelli del marito, ma anche di “essere bruttina”. Eppure sarà l’allontanamento di Max a causarne il crollo psicologico. Mentre la fuga del marito con un allevatore neozelandese (ecco che torna di nuovo e prepotentemente il tema della diversità) lascia Mary pressoché indifferente.

Max invece è solo probabilmente per il suo aspetto, o ancor più per la sua difficoltà a controllare le emozioni. Soprattutto quelle forti. Quelle che lo rimandano a stati, avvenimenti o situazioni passate, del suo vissuto. Max si rifugia nel cibo e consuma decine di hot dog al cioccolato (non cercateli, sono una ricetta di sua invenzione!). Max non comprende gli altri e da loro non si sente compreso: quando si tratta di relazionarsi con altri, parte con tutte le buone intenzioni, pensa di fare bene e invece fa sempre male.

L’incontro tra i due è dettato dal caso: scappando da una drogheria che la madre aveva derubato, Mary strappa una pagina da un elenco telefonico e seleziona i recapiti di Max per trovarsi un pen-pal. Max un amico ce l’ha già, ovviamente immaginario. Ma ricevuta la prima lettera, la curiosità è tale che la spinta ad uscire dal proprio guscio è irrefrenabile. Per cui risponde. E da lì si sviluppa la loro storia. Intensa e delicata, fino all’epilogo finale.

Non aggiungo altro. Se non che è davvero un bel modo per raccontare quanto a volte le cosiddette “malattie mentali” abbiano origine o siano influenzate da contesti, forse banali. Se la diversità di Mary e Max fosse stata accolta anziché respinta, chissà: Mary non avrebbe ceduto alla depressione e Max avrebbe controllato la sua sindrome di Asperger (sì, è un Aspie, come si definisce lui, o forse meglio dire la scienza). Quanta responsabilità abbiamo nei confronti degli altri, quanto della loro salute mentale dipende da noi. Quanto è delicato il nostro equilibrio e quanto dipendiamo dagli altri, dalla socialità, per mantenerlo.

Lo so, l’ho già detto, ma sono ancora e sempre convinta del fatto che l’uomo sia un animale sociale, che la socialità implichi la diversità e che la diversità dovrebbe implicare l’accoglienza. E chiudo con questo brano, parte della colonna sonora del film. Delicato e intenso.

Ah, non credo sia doppiato, ma i sottotitoli in italiano non disturbano: si vede molto bene ugualmente.

Di Cinzia Costi

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