Al solo nominarlo tremano i polsi. Anche al più scafato dei laici l’oggetto crea disagio al solo evocarlo. La spiritualità della Sindone per i credenti è simbolo di segno contrario per coloro che non lo sono. Senza remore.

Ma il prepuzio di Gesù ci mette tutti in riga: idealmente caliamo lo sguardo a terra, timorosi, tutti, credenti e non. Ma di cosa si parla?

Aprite bene le orecchie, concentrati sulla vicenda religiosa e devozionale, su un’incredibile reliquia che venne custodita sino a pochi decenni fa in una chiesa parrocchiale: il prepuzio di Gesù. Recisogli otto giorni dopo la sua nascita, venne conservato con cura dalla Vergine Maria. Dopodiché non se ne ebbero notizie certe fino all’Alto Medioevo. Secondo un’antica credenza, sembra che l’imperatore Carlo Magno lo ricevette in dono da un angelo. In seguito lo depose in qualche posto segreto della Città Eterna.

Durante il Sacco di Roma, nel 1527, il Santo Prepuzio, contenuto in un cofanetto, fu però trafugato da un lanzichenecco al soldo dell’Imperatore Carlo V che, in punto di morte, avrebbe poi confessato di averlo nascosto in una grotta a Calcata.

Trent’anni dopo venne ritrovato proprio nel luogo indicato, ma nessuno fu in grado di aprirlo: ci riuscì, in seguito, solo una ragazza dall’animo puro, e nell’atto di schiuderlo, si diffuse per tutto il castello e il paese un celestiale odore. L’evento venne celebrato per circa quattro secoli con una solenne processione che cadeva nel giorno del 1° gennaio, ossia della SS. Circoncisione. La sacra reliquia fu poi protagonista di altri miracoli, ben noti alla tradizione popolare, fino a che, circa quaranta anni fa, scomparve misteriosamente. Alcuni ritengono che sia stata nuovamente rubata, altri invece pensano che venga tenuta ben nascosta, poiché ritenuta troppo “imbarazzante”. Che dire, umanizzazione delle spiritualità, tra quanto di inimmaginabile sia ascrivibile alle divinità annoveriamo anche un più semplice prepuzio. La fortunata sede, fino a pochi anni fa, dell’iconica appendice è il borgo di Calcata. E, a Calcata, vorremmo indirizzare il gps per la nostra solita gita.

Siamo nel Lazio, Calcata è il Cuore dell’Agro Falisco, lo scenario offerto dalla Valle del Treja è considerato uno dei più incantevoli paesaggi laziali: folta e impenetrabile vegetazione, alte pareti di tufo, pinnacoli, gole e tagliate. Qui, su uno sperone proteso verso il cielo, si erge il piccolo borgo medievale che ricorda un’isola nel mare. Dicevamo borgo medioevale, ma l’immagine è più quella di un’epoca indefinita. Medioevo sì, ma magico e arcano. Sono visibili i ruderi di diversi insediamenti probabilmente alto medievali, ma sono gli anni duecento e la nobile famiglia degli Anguillara che per primi eressero un imprinting forte, ancora visibile a noi: un castello e la cinta muraria che, data la posizione impervia e nascosta, rimase sempre ai margini delle vicende storiche.

Dopo una lunghissima solitudine, dagli anni ’30 del Novecento il paese iniziò a spopolarsi a causa dei frequenti crolli della fragile rupe di tufo. I calcatesi si trasferirono a circa 2 km di distanza, costruendo un piccolo centro moderno (Calcata Nuova). Ormai completamente abbandonata ed esposta ai cedimenti del terreno, Calcata fu allora chiamata il “paese che muore”. Tuttavia, proprio grazie al suo fascino surreale (e forse anche alla spinta magica della sacro prepuzio) il borgo fantasma cominciò man mano a essere ripopolato da artisti, artigiani e intellettuali che, a partire dagli anni ’60, vennero da ogni parte del mondo in cerca di una dimensione di vita genuina.

Visitare Calcata equivale a un’esperienza “fuori dal mondo”. Al borgo medievale, uno dei più suggestivi del Lazio, si accede da un’unica porta che si apre tra le fortificazioni. Oltrepassata la porta, si giunge a una pittoresca piazzetta ornata da tre curiosi “troni” di tufo. Sulla piazza si affacciano il Castello degli Anguillara, con la sua caratteristica torre ghibellina e la seicentesca Chiesa del SS. Nome di Gesù.

Questi, peraltro, costituiscono gli unici due monumenti veri e propri del paese. Da qui si snoda un dedalo di strette viuzze che, talvolta, attraversando buie arcate, conducono tutte al ciglio del profondo precipizio che cinge quasi per intero l’abitato.

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