Conobbi Renato durante una lezione all’Università. Anni dopo, il suo volto e le sue parole ancora non hanno lasciato la mia mente. Seduto alla scrivania, immerso in un mondo che vive di design e comunicazione, ho sentito la necessità e il desiderio di parlare ancora una volta con lui. Uno scambio informale, che ho deciso di trascrivere, perché credo che le sue parole meritino di essere ascoltate, anche da chi non lo conosce.

Personalmente, serve a ricordarmi che dai folli di Bosch agli argonauti, il passo è molto breve, più corto della gamba.

Renato Brignone, ideatore di Tompoma, un progetto capace di decostruire una parte di Design scomodo, non in senso ergonomico, ma secondo una dimensione sociale e culturale. Può riassumerci la storia dietro Tompoma?

“È nato tutto da un bel po’ di tempo. Era il 2002 e salivo il Monte Rosa con un paio di normali stampelle rinforzate da me in maniera artigianale con del ferro zincato, arrivai fino alla Capanna Margherita. Una volta sceso e trascorse un paio di settimane le stampelle si ruppero. Una cosa normale, ne cambiavo almeno 2 paia l’anno, ma questo evento in particolare fu il campanello d’allarme che mi fece capire di dover lavorare sulla qualità di questo prodotto. Ricordo che da bambino potevo scegliere i materiali delle mie stampelle, mentre ora non è più una pratica in uso – la tendenza all’omologazione ha portato sul mercato il prodotto standardizzato: brutta, fragile, ma economica.

Mi misi al tavolo con mia moglie, e iniziammo a pensare a materiali e forma: nacque lo schizzo della saetta.
Due erano i dogmi da seguire: trovare un materiale veramente resistente e dare un senso estetico all’oggetto, che fino ad allora non era nient’altro che una maniglia fusa con un tubo. La saetta dava la possibilità di eludere questa forma e grazie alla linea continua zigzagata, si sarebbe ottenuto un migliore supporto a mano e potenziato l’appoggio al terreno. Partimmo con i prototipi, ma non potevo permettermi di ragionare in senso industriale e, rilegato nel mondo domestico, mi rivolsi al ciclismo iniziando ad utilizzare il titanio.

Ottenni risultati eccellenti: eleganza e raffinatezza da una parte e performance dall’altra, una completa differenziazione rispetto al classico prodotto “stampella”. Con lo spostamento del baricentro fisico dell’oggetto e utilizzo di un angolo di appoggio di 90° si rendevano più efficienti sia la camminata – che richiedeva meno sforzo – sia l’attacco alle superfici piane di appoggio – come il tavolo o la scrivania una volta seduti. Eleganza e efficienza erano raggiunte, passammo così all’accessorio e nacquero le prime rifiniture in pelle. Arrivarono i primi investitori e gli sforzi research & development diedero i loro frutti: risolvemmo i problemi di saldatura agli angoli legati all’uso dell’alluminio e iniziammo a costruire con questo materiale, più leggero e più economico, ma con livelli di performance invariati.
Oggi le persone non guardano Tompoma con occhio di stizza, ma con curiosità e un interesse positivo.

Esiste una Tompoma per la disabilità, una per l’infortunio e una per l’anzianità; ognuno può decorare inoltre il suo prodotto scegliendo tra decine di diverse decalcomanie personalizzate. Targetizzazione dell’utente e personalizzazione del prodotto, una strategia di marketing propria della moda.

“Adesso viene portata avanti cosi, io l’ho fatta nascere per un motivo più terra a terra. Non considerandola una stampella, ma un accessorio si rende necessaria l’esistenza di un feeling con tale oggetto. Prendiamo per esempio gli occhiali da vista: si passano ore a provare montature diverse, a scegliere tra brand e cercare quell’oggetto che meglio fitti con noi – e stiamo parlando di una disabilità, anche se più accettata e meno stigmatizzata. Ma eludendo questo mondo, basta pensare all’acquisto di una macchina: ne hai bisogno, ma vuoi anche che sia tua, avere delle opzioni e sceglierla.

Essendo sviluppata su di un design uniforme, Tompoma si presta al rivestimento con gli adesivi, ma il fattore glamour e moda si aggiunge dopo, l’inizio è sempre un bisogno. Ma anche la moda è così, nasce per fare sentire a proprio agio. La forma rende l’oggetto un bell’oggetto, ma oggettivamente, Tompoma, è più funzionale”.

Se dicessero che la sua è una stampella di lusso, cosa risponderebbe?
“No, è una Tompoma”

La disabilità non può ostacolare insomma la voglia di design di accessorio e perché no di moda. Noi di sebastian milano viviamo in simbiosi con i concetti di bellezza, cura e ricercatezza e cerchiamo ogni giorno di inserire i nostri valori all’interno dei prodotti che lasciano la nostra casa. Rivediamo tutto ciò nel suo lavoro, sinolo inscindibile di funzionalità ed estetica. Nel futuro vede l’implementazione di questi due mondi? Accessori estetici o funzionalità extra?

“Sono due binari paralleli su cui poter far viaggiare il nostro treno: ora stiamo sviluppando nuovi brevetti funzionali per l’implementazione di sistemi di regolazione e ammortizzazione, ma allo stesso tempo stiamo lavorando su nuovi materiali come il legno per potenziare l’estetica del nostro prodotto.
Tutto questo sarebbe però impossibile o da sprovveduti, senza le fondamenta solide del prodotto perfetto e curato che abbiamo costruito negli anni precedenti. Chi sceglie Tompoma, la sceglie per la funzionalità, l’estetica è un valore aggiunto che noi offriamo ai nostri utenti”.

Secondo la sua esperienza, nel contesto di disabilità agli arti inferiori la scarpa, perdendo parte della sua funzionalità, perde anche il suo valore estetico? Cede il ruolo di oggetto del desiderio?

“Assolutamente no, la scarpa oggi non è più solo funzionalità ma ha un valore simbolico aggiunto, identitario e sociale. Se osserviamo le persone in sedia a rotelle non solo non verremo mai sorpresi da un piede scalzo – che sarebbe socialmente strano – ma anzi, vedremo che cambiano spesso le scarpe, abbinandole all’abbigliamento, nonostante la suola rimanga sempre linda come appena dopo l’unboxing“. 

Dignità, una parola che oggi troppo spesso viene dimenticata, ma che lei con questo oggetto restituisce ad un grande segmento della popolazione. Tompoma ora viene venduta in ortopediche o ausiloteche, un prodotto del genere non si sentirebbe più a casa in uno store?

“Questa è la mia battaglia, il mio obiettivo è sempre stato questo. Ho la presunzione – più certezza in realtà – di affermare che Tompoma funzioni meglio di qualsiasi stampella in circolazione, e ho la volontà di renderla acquistabile dovunque. Il mondo degli occhiali dopo anni di boom economico fatto di prodotti luxury è oggi dominato dalla presenza di prodotti cheap che posso trovare dovunque. Io non intendo svalutare Tompoma, ma semplicemente renderla più facilmente rintracciabile e acquistabile. Perché se un disabile compra una scarpa di lusso, elegante da abbinare ad un vestito firmato, deve poter avere la possibilità di accompagnare il suo outifit alla giusta stampella – come il nuovo progetto in legno e carbonio”.

Zanetti, Fedez e la Goggia, una campagna di seeding a tutti gli effetti

“Una campagna sì, ma anomala: qualsiasi recensione, video, testimonianza di Tompoma – sia di personaggi famosi o di comuni utenti – viene da una soddisfazione vera. Non abbiamo mai pagato nessuno per portare la propria esperienza personale d’uso. Avevo addirittura amici utilizzatori di Tompoma che sono diventati atleti in diverse categorie sportive, il giorno che mi chiesero dei soldi per promuovere il prodotto li tolsi dai social e lasciai perdersi i rispettivi contatti. Quando si vuole apportare un miglioramento nel mondo, non si paga nessuno per raccontare ciò che è reale. La realtà è spontanea, non indotta”.

Di Antonio Floriani

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