
Non sono un’amante della fantascienza: la subisco per una sorta di compromesso coniugale. Ma ho visto un film di recente, che narra in modo molto intenso di un tema al quale sono particolarmente sensibile: la solitudine. Perlomeno, questo è quello che ho visto, l’interpretazione che ho dato io.
“L’ultima missione. Progetto Hail Mary” è il film a cui mi riferisco.
Di per sé la storia non è nuova: una missione spaziale, tutti morti tranne uno, difficoltà a rientrare a casa. La bellezza di questa storia sta nell’incontro di due solitudini estreme, nel modo in cui questo viene caratterizzato e sviluppato, nell’ironia che si fa spazio tra la drammaticità della solitudine. Due creature, una umana e una aliena, provenienti da pianeti diversi, navigano nello spazio sulle rispettive astronavi con un unico obiettivo comune: sopravvivere e tornare ognuno a casa propria. Così è almeno all’inizio.
Prendono contatto, superando dubbi e diffidenze.
La creatura aliena è caratterizzata da un forte senso dell’umorismo, che scaturisce non appena i due naufraghi riescono a trovare un linguaggio comune. Questo alleggerisce i momenti più drammatici, la umanizza parecchio rendendo molto facile entrare in empatia con lui e dico “lui” perché viene chiamato Rocky dal suo nuovo amico umano.
Il film è appunto la storia di due creature sole, che si cercano, prendono le misure una dell’altra, superano gli ostacoli che potrebbero impedire una connessione tra loro e si aiutano. Si legano talmente tanto che uno dei due rivede i propri obiettivi. Si legano talmente tanto che la solitudine in loro non esiste più. È solo un vago ricordo, legato ad un momento.
1 solitudine + 1 solitudine = 0 solitudini. Ecco che questa frase ha risuonato immediatamente.
Ricordo di averla scritta da qualche parte qualche tempo fa.
Ed è vera!
La matematica qui non c’entra, o potremmo dire che viene smentita. Unire due solitudini significa azzerarle, annientarle, non raddoppiarle.
Quanta solitudine c’è attorno a noi oggi? I cortili dove gli adulti si radunavano le sere d’estate per chiacchierare e i bambini durante il giorno per giocare, non esistono più.
Non c’è tempo per le chiacchiere serali, troppo presi ad organizzare il giorno dopo, a mettersi avanti, o semplicemente si preferisce passare il tempo davanti a uno schermo, che ci aggiorna sui fatti di cronaca o racconta storie. Come quella a cui ho accennato poco sopra.
I bambini, i ragazzini si ritrovano. Magari giocano un po’, poi si siedono. Ognuno con il suo telefonino, a videogiocare, a guardare video o a parlarsi via messaggi. Ognuno nel proprio spazio, nella propria “solitudine partecipata”.
Lo vedo nel parchetto in fondo alla via, appena rimesso a nuovo, manutenuto da un piccolo gruppo di volontari che si assottiglia sempre più. Principalmente pensionati, perché i giovani e gli adulti sono impegnati a correre la loro quotidianità.
La partecipazione, il volontariato sono ottimi antidoti alla solitudine, ma in certi casi sembrano essere troppo impegnativi per poter coesistere con i ritmi febbrili della quotidianità. Per parafrasare un detto conosciuto, potremmo dire: “meglio soli che impegnati”.
Non esistono più le famiglie numerose, quelle in cui a casa si trovava sempre qualcuno. Le famiglie in cui ci si aiutava e dove non arrivava la famiglia, arrivava il famoso cortile di cui sopra. Non servivano baby-sitter o badanti, anziani e bambini erano sempre e comunque accuditi.
Si dice che l’uomo sia un animale sociale, ma temo che questo concetto stia subendo un travisamento: forse ora sarebbe meglio dire che l’uomo è un animale social?
Difficile non sentirsi soli in un mondo in cui le relazioni sembrano essere veloci, superficiali, mediate dalle community online. A volte ci stupiamo, quando ci prendiamo tempo per quattro chiacchiere faccia a faccia, ci stupiamo di quanto sia appagante e avvolgente fermarsi e trascorrere tempo con qualcuno. E ci rendiamo conto di quanto la solitudine avvolga la nostra quotidianità e quanto invece queste piccole bolle, questi momenti di contatto siano funzionali alla nostra felicità.
Di quanto la matematica qui non possa nulla, perché 1 solitudine + 1 solitudine = 0 solitudini
Di Cinzia Costi

